Gli USA minacciano, l’Iran risponde: la crisi tra navi da guerra e tavoli negoziali
L’ingresso nel Mediterraneo della più grande portaerei del mondo, la USS Gerald R. Ford, segna un nuovo passaggio nella crescente pressione militare degli Stati Uniti sull’Iran. Secondo i dati di tracciamento marittimo citati da The Times of Israel, il gruppo d’attacco della nave - che include anche un cacciatorpediniere classe Arleigh Burke in transito dallo stretto di Gibilterra - si sta progressivamente avvicinando allo scacchiere mediorientale. La decisione arriva dopo l’ordine impartito dal presidente statunitense Donald Trump, in un contesto di tensioni rinnovate con Iran, alimentate prima dalle proteste interne e poi dal dossier nucleare e missilistico di Teheran.
Parallelamente al dispiegamento militare, Washington mantiene aperto il canale diplomatico: a inizio febbraio si sono svolti in Oman i primi contatti indiretti, seguiti da un nuovo round di colloqui a Ginevra. Da Teheran, tuttavia, il messaggio resta doppio. Da un lato, le autorità insistono sulla volontà di dialogo; dall’altro, avvertono che qualsiasi “errore strategico” statunitense riceverà una risposta dura. In questo quadro si inseriscono le esercitazioni navali del Corpo delle Guardie della Rivoluzione nello Stretto di Ormuz, con lanci di missili, droni e una temporanea chiusura parziale della rotta.
Il tono si è ulteriormente irrigidito sul piano diplomatico. L’ambasciatore iraniano all’ONU, Amir Saeid Iravani, ha scritto al Segretario generale delle Nazioni Unite e al Consiglio di Sicurezza per ribadire che l’Iran non inizierà alcuna guerra, ma risponderà in modo “decisivo e proporzionato” a ogni aggressione, nel quadro del diritto di autodifesa previsto dalla Carta ONU. Nel mirino, in particolare, le minacce di Trump di usare la base di Diego Garcia come piattaforma per un eventuale attacco. Sul fronte nucleare, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha riaffermato a Ginevra che il diritto dell’Iran alla tecnologia nucleare per scopi civili, sancito dal Trattato di non proliferazione, è “non negoziabile”.
Teheran continua a sostenere che il proprio programma è esclusivamente pacifico e richiama il divieto religioso imposto dalla Guida suprema sulle armi di distruzione di massa. Nel gioco delle parti entra anche Mosca. Il Cremlino, tramite il portavoce Dmitry Peskov, si è detto pronto ad accogliere le riserve iraniane di uranio arricchito nell’ambito di un eventuale accordo, mentre il ministero degli Esteri russo ha avvertito che minacce e ricatti non favoriranno i negoziati. Tra navi da guerra, lettere all’ONU e tavoli diplomatici, la crisi resta sospesa tra deterrenza e dialogo. Ma il moltiplicarsi di assetti militari nella regione rende sempre più sottile la linea che separa la pressione politica da un’escalation fuori controllo.
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