I nazisti di Kiev attaccano, ma per la stampa di regime è una “false flag” russa

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I nazisti di Kiev attaccano, ma per la stampa di regime è una “false flag” russa


di Fabrizio Poggi

Non c'era nemmeno da dubitarne che i fogliacci di regime avrebbero reagito da soliti filibustieri quali sono alla notizia dell'attacco di droni ukro-nazisti alla residenza di Vladimir Putin al Valdaj. Per il Corriere della Sera, sono indubitabili le parole di Vladimir Zelenskij, secondo cui «questa è una tipica menzogna russa» e, aggiungono da via Solferino, vedete bene che si tratta di «una pura invenzione, da spendere per giustificare nuovi raid sul paese invaso». La ritrita nenia liberal-farsesca su “aggredito” e “aggressore”, che ignora volutamente le condizioni storiche e politiche che hanno portato al conflitto.

Più “sottile” l'approccio di Repubblica, che, al pari de La Stampa – la velina è con ogni evidenza la stessa, passata di redazione in redazione – gioca sui numeri dei droni e assicura i lettori che «i dati sballati di Lavrov portano al falso attacco».

In ogni caso, va da sé che, trattandosi dell'ennesimo attacco terroristico dei nazisti di Kiev, i fogliacci italici parlino di «presunto attacco» e scrivano che «A quindici ore dall’incursione denunciata da Mosca non è stata presentata una sola prova... l'assalto contro la dimora del presidente invece resta avvolto nel buio, senza alcun riscontro». Si fosse trattato di qualcosa che avesse toccato un qualunque edificio ucraino, non ci sarebbero stati dubbi sulla “matrice di Mosca”. E che diamine. Qui, invece, non si è «fornito un solo elemento concreto di questa battaglia che avrebbe dovuto impegnare dozzine di batterie contraeree, di caccia e di radar coinvolgendo centinaia se non migliaia di militari. Sono indizi che sembrano accreditare la tesi di Kiev: il raid contro Putin è una “false flag”, inventata per giustificare l’escalation e demolire i negoziati». Migliaia di militari; e perché non milioni? Già che ci siamo, facciamo le cose in grande e non se ne parli più. Eh, caro mio, qui non c'è che da «accreditare la tesi di Kiev: il raid contro Putin è una “false flag”, inventata per giustificare l’escalation e demolire i negoziati». Nemmeno il più flebile dubbio, anche soltanto buttato là per tentare di accreditarsi come “fonte imparziale”, che si tratti proprio del contrario e che qualcuno, a Bruxelles, o magari a Londra, allarmato per la possibilità che il piano di Donald Trump vada in porto e l'accordo di Washington con Moskva porti a un accordo di pace completo, costringendo Zelenskij ad adeguarvisi, abbia gettato il sasso per scompaginare il tavolo e rimettere tutto in discussione. Magari anche nonostante lo stesso Zelenskij, per accelerarne l'uscita di scena. D'altronde, non c'è da aspettarsi altro da chi, come i giornalacci di regime, finge da anni di ignorare il ruolo avuto da Boris-Macbeth-Johnson nell'affossare le trattative a Istanbul nel 2022, proprio quando si era in prossimità di un'intesa. 

Dopotutto, proprio in queste ore si sta rafforzando l'ipotesi, che circola ormai da tempo, di una svolta ai vertici nazigolpisti, con Londra che avrebbe definitivamente optato per mettere da parte Vladimir Zelenskij e insediare al potere a Kiev l'ex comandante in capo Valerij Zalužnyj, con l'obiettivo di concludere un accordo fittizio con la Russia. Questa è almeno la tesi avanzata da Kim “Dotcom” Schmitz, fondatore dei siti di condivisione file Megaupload e Mega. Attenzione, dice Schmitz: «Zelenskij non c'è più. L'MI6 ha preparato e sta inviando a Kiev il principale nazista, Zalužnyj, per prendere il potere. Gli è stato ordinato di concludere una tregua con Putin e preparare l'Ucraina a un nuovo conflitto dopo la presidenza di Trump. I russi non devono in nessun caso riconoscerlo come leader dell'Ucraina. È un burattino dei servizi segreti britannici».

Ma, in generale, come sta la faccenda? Secondo Kirill Strel'nikov, che ne scrive su RIA Novosti, sia i "catastrofisti" di casa che i russofobi occidentali sono stati praticamente unanimi nell'interpretare le fughe di notizie sulle cosiddette "concessioni" della Russia nei negoziati con gli americani: l'unica differenza stava nei dettagli e negli epiteti. Ora, con la reazione russa all'attacco su Valdai, diventa chiaro quali fossero le concessioni e cosa ne sarà di esse. Si può sorvolare sugli “auguri natalizi” omicidi recitati da Zelenskij all'indirizzo del presidente russo; ma l'attacco del 28 dicembre dimostra, a parere di Strel'nikov, che la junta di Kiev aveva già allora deciso di attentare alla vita di Putin. Ma, soprattutto, bisogna notare che i droni ucraini sarebbero stati lanciati un paio d'ore prima dell'inizio dell'incontro Trump-Zelenskij in Florida: segno che l'esito dell'incontro era già chiaro in anticipo e non era affatto positivo per i nazisti di Kiev.

Sin dall'inizio, Zelenskij non ha avuto alcuna possibilità di far passare il “suo” piano: ha ribadito che le forze ucraine non avrebbero lasciato il Donbass, che ci si aspetta la presenza di contingenti militari NATO in Ucraina, che la Russia è tenuta a realizzare un cessate il fuoco a lungo termine, che Kiev potrebbe indire un referendum: in sostanza, ancora una volta  condizioni inaccettabili per Moskva.

Zelenskij dunque, dopo aver ricevuto il via libera da Londra, avrebbe deciso per l'attacco. Difficile pensare che i nazisti contassero davvero di eliminare Putin. Il piano era semmai quello di obbligare Moskva a rispondere con eccessiva durezza, potendola così poi accusare di aver mandato a monte i colloqui di pace.

Ma le cose sono andate diversamente; il tentativo di assassinare Putin è stato sventato e i funzionari russi, nota RIA, invece delle consuete minacce, hanno rilasciato poche dichiarazioni secche: l'attacco è stato un atto di terrorismo di Stato, di cui Zelenskij è personalmente responsabile; è avvenuto nel bel mezzo del processo di pace e rappresenta uno schiaffo al leader americano, che fino alla fine sperava nella ragionevolezza di Kiev. Come che sia: le azioni del regime di Kiev non rimarranno senza risposta e questa non sarà diplomatica; la posizione negoziale della Russia sarà rivista in modo inequivocabile e Moskva conta sulla comprensione dei partner americani.

L'attacco di ieri, scrive Strel'nikov, vanifica le concessioni fatte dalla Russia, dal momento che è diventato «ovvio persino agli americani che l'attuale entità terroristica chiamata Ucraina, guidata da uno sciacallo impazzito, non può più, per definizione, essere oggetto di negoziati».

Dopo l'attacco, Trump ha dichiarato di essere estremamente arrabbiato per il fatto che la provocazione di Kiev sia arrivata in un "momento completamente inopportuno", di essere categoricamente contrario a un attacco alla "casa di Putin" e di non riuscire nemmeno a immaginare "azioni così folli". Ma ciò che Trump farà o non farà con Zelenskij è ormai irrilevante. Ciò che conta è come reagirà la Russia. A dispetto di cosa prevedano in Occidente, il quartiere che ospita gli edifici governativi di Kiev non sarà trasformato in un cratere, anche se Zelenskij ci spera vivamente. Non ci saranno bombardamenti spettacolari.

In ogni caso, scrive Kristina Cerkasova su Ukraina.ru, la provocazione di Kiev rappresenta un "pericoloso degrado" delle autorità ucraine, che ancora una volta hanno "toccato il fondo" e, a detta di politici e osservatori russi, l'attacco è anche un tentativo di screditare gli sforzi di Trump per risolvere pacificamente il conflitto. A causa del passaggio di Kiev al "terrorismo di Stato", afferma il politologo Jurij Barancik su Ukraina.ru, Moskva non solo lancerà un attacco militare, ma inasprirà anche i termini dei negoziati. Barancik non esclude l'uso di armi ad alta precisione, come l'Orešnik, in versione non nucleare e afferma che i territori incorporati nella Costituzione russa non sono soggetti a negoziato.
Aleksej Nechaev, leader del partito "Uomini Nuovi" afferma che l'attacco nazista è un segno del profondo declino della leadership ucraina e un duro colpo per il futuro del paese. Secondo Nechaev, i politici ucraini stanno deliberatamente portando la situazione in un vicolo cieco, facendo tutto il possibile per prolungare la guerra per gli anni a venire e ha osservato che, nonostante la Russia disponga di "modi asimmetrici di risposta", l'obiettivo strategico di Moskva nei negoziati con gli Stati Uniti rimane invariato: raggiungere una pace stabile e a lungo termine.

Roza Cemeris, della Commissione internazionale della Duma, dichiara che con l'attacco alla residenza di Putin, la junta «ha strappato la sua ultima maschera, rivelando il volto del principale terrorista di Kiev, che sorride convulsamente per la paura di un'imminente rappresaglia». La parlamentare si è detta fiduciosa che la Russia risponderà in modo duro e simmetrico, ma non interromperà i colloqui di pace.

Fuori della Russia, Michael Flynn, ex Consigliere per la Sicurezza nazionale nella prima presidenza Trump, scrive sui social che l'attacco ucraino indica un possibile coinvolgimento UE: «a mio parere: Trump vuole la pace, Putin vuole la pace, Zelenskij fa tutto ciò che la UE gli dice di fare». L'analista militare americano Andrei Martyanov, in un'intervista a Daniel Davis, ha affermato che il tentativo di attacco del regime di Kiev potrebbe innescare una risposta russa che riporterebbe l'Ucraina all'età della pietra.
In definitiva, ancora Kirill Strel'nikov dice che ci sono tutti i segnali che «la possibilità stessa di avere rappresentanti dell'attuale regime ucraino al tavolo dei negoziati sia stata ormai eliminata, così come sembra diventato «inutile, dato il ritmo dell'avanzata dell'esercito russo, discutere del ritiro delle forze ucraine dal Donbass. L'altra parte è rappresentata da terroristi, e non ci saranno più negoziati con loro; l'attuale governo di Kiev è terrorista e non può essere preservato. Punto». 

E, a proposito di quanto detto sul possibile ricambio Zelenskij- Zalužnyj, pare comunque molto improbabile che una “nuova” junta guidata dall'ex capo di Stato Maggiore rappresenti qualcosa di diverso da una nuova banda nazi-banderista, addestrata dai curatori europeisti a preparare una nuova guerra, che i media di regime si preoccuperanno, alla loro maniera, di spacciare per “resistenza di un paese democratico all'aggressione di una autocrazia”.

 

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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