Il “sogno” si è trasformato in un incubo L’americanismo astratto della sinistra italiana

1929
Il “sogno” si è trasformato in un incubo L’americanismo astratto della sinistra italiana

 

di Federico Giusti

Premessa

Una assemblea che riproduce divisioni e spaccato di casa nostra

Nel corso di una assemblea preparatoria delle manifestazioni contro l’intervento Usa in Venezuela sono emerse varie posizioni partendo dal presupposto che scendere in piazza restava in ogni caso la scelta più corretta.

C’erano i fautori della rivoluzione bolivariana, gli stessi che in casa nostra presentano posizioni assai poco inclini alla mediazione il che conferma quanto forte sia ancora il sistema della doppia verità, altri meno entusiasti sull’operato di Maduro, vicini alle posizioni del locale Partito Comunista ma comunque incapaci di fornire una chiave di lettura convincente sullo scivolamento di quanti sono passati dall’estrema sinistra al fronte degli oppositori filo Usa.

E poi le aree sindacali vicine ai sindacati latino-americani, alcuni dei quali da sempre in aperta contrapposizione ai governi di centro sinistra e, storicamente, spaccati sull’estrattivismo, infine i fautori di una lettura della realtà ancora da costruire ma, divisi a loro volta, tra sostenitori del multipolarismo e orfani della teoria degli imperialismi tra loro contrapposti, separati dal giudizio sulla Cina e su quel modello di società che non ha lesinato lo sfruttamento della forza lavoro e la nascita di una nuova forma di capitalismo.

Chi scrive ammette di non avere le idee chiare, di nutrire qualche perplessità sull’operato di Maduro ma per ragioni diametralmente opposte a quelle occidentali individuando nell’arresto del Presidente Venezuelano un ammonimento alla autodeterminazione dei popoli latino-americani e l’affermazione della dottrina Monroe dei nostri tempi come il documento strategico della Casa Bianca faceva del resto presagire

Dopo ore e ore di discussioni provare una sintesi sarebbe stato non solo impossibile ma anche sbagliato perché le posizioni erano tra loro assai distanti se non proprio inconciliabili, eppure si parla di una organizzazione che al suo interno qualche idea comune su come leggere il mondo avrebbe dovuto averla. Questa variegata e litigiosa compagnia, non importa svelarne la identità, è lo specchio della grande confusione interna al mondo sindacale e politico oggi identificabile con la sinistra radicale.

Passiamo al Venezuela

Partiamo da questo presupposto perché quanto avviene in Venezuela non è ancora ben chiaro ai nostri occhi e probabilmente neppure ai venezuelani. Siamo certi che qualcuno abbia venduto Maduro come è altrettanto vero che una parte dell’esercito venezuelano e i militari cubani si sia opposto al rapimento del Presidente arrecando danni alle truppe Usa. Ma è proprio il mondo occidentale a non svelare l’identità e il numero dei morti e dei feriti, i danni riportati, silenzio assoluto sull’operazione militare. Chi contesta agli altri la mancanza di trasparenza dovrebbe fornire qualche spiegazione come quando, nei paesi a capitalismo avanzato, ci si nasconde dietro la sicurezza nazionale ed internazionale per sottrarsi al confronto la cittadinanza

Di conseguenza gli scenari possibili e futuri possono essere molteplici partendo dalle dichiarazioni di Trump che, per quanto ondivaghe e contraddittorie, evidenziano gli errori commessi dagli Usa che pensavano, una volta catturato Maduro, di avere in mano il controllo del petrolio e del gas.

Fatte queste considerazioni è assai difficile per gli europei acquisire le necessarie conoscenze degli avvenimenti ma dietro alle dichiarazioni di Trump si capisce che la strategia Usa è quella di ostentare e imporre la propria supremazia militare per ottenere quello che vogliono ossia greggio, cessione della sovranità, metalli rari.

Pensare all’Italia? E cosa succede nella patria presunta delle libertà?

E i lavoratori del vecchio continente dovrebbero invece prestare attenzione ai fatti latino-americani evitando di far proprio il classico specchietto per le allodole come raccontare che in Venezuela c’era una feroce dittatura con decine di migliaia di prigionieri politici, un Governo che attuava politiche apertamente ostili al mercato e al capitalismo.

È forse un modello di società ideale quella statunitense? L’omicidio della attivista a favore dei migranti, le falsità diffuse sui fatti dall’amministrazione Trump e smentite dai filmati divenuti virali sul web, le repressioni feroci dei manifestanti scesi in piazza per protestare contro la violenza poliziesca, la militarizzazione delle città e l’incedere militaresco delle truppe dell’Ice nelle quali troviamo ex militari di professione, sostenitori di Trump, i graziati per l’assalto al Campidoglio.

Tutti questi fatti dovrebbero indurre ogni persona di buon senso a prendere posizione contro Trump e le sue politiche. E non sono di aiuto nella ricerca della verità tutti i cantori, a sinistra, del mito americano, attempati signori in giacca e cravatta, con ricchi assegni previdenziali, a ricordare un’America da decenni morta e sepolta, quella della musica rock, dei figli dei fiori, dei campus in rivolta contro la guerra in Vietnam. Il provincialismo della classe politica e del giornalismo nostrano si misura anche con le argomentazioni addotte a sostenere dei tesi deboli e smentite dalla realtà, per parlare dell’Italia le dichiarazioni della Meloni sono ben diverse da quelle del premier spagnolo o di quello Francese, basterebbe guardare la spocchia con la quale ci si interfaccia con la stampa italiana, i teatrini con Orban e con i leaders di organizzazioni politiche di destra di Europa.

Si è persa per strada ogni analisi obiettiva della realtà, se la avessimo avuta del resto avremmo compreso da tempo che la guerra in Ucraina era una aperta minaccia alla Ue, che la via della Seta rappresentava una occasione non solo per smaltire la sovrapproduzione cinese ma anche per guadagnare dei nuovi mercati al vecchio continente.  Dovremmo ragionare sul rapporto tra centralizzazione dei capitali e la guerra, sulle ragioni per le quali quando il dollaro si sente minacciato arrivano puntualmente le guerre, sulle forme di finanziamento dell’economia americana con un debito pubblico accresciutosi come mai avvenuto nel secolo scorso.

E senza considerare il modello cinese alternativo in termini ideologici sarebbe utile guardare alla crescente preoccupazione usa dinanzi al consolidarsi delle relazioni tra Unione europea e Cina soprattutto in epoca pre-pandemica.

Non a caso uno dei primi provvedimenti del Governo Meloni è stato quello di chiudere il capitolo della via della Seta giudicandolo, su diktat Usa, un autentico cedimento a un nemico dell’Occidente (la Cina),  non pensiamo che la destra italiana abbia compreso di essere davanti a una ridefinizione degli equilibri globali con investimenti cinesi nel Vecchio Continente, si sono solo adattati al volere Usa giustificando il proprio operato con argomentazioni poco fondate.

Al contempo la guerra in Ucraina ha sancito la fine del greggio e del gas russo acquistando quello liquefatto americano a un costo superiore del 500 per cento. E per capire meglio il Piano Mattei per l’Africa dovremmo leggere il documento strategico denominato la Bussola europea per capire meglio la natura di questo piano.

Inquinatori di tutto il mondo Unitevi

I lavoratori e le lavoratrici italiane devono guardarsi dall’abbraccio mortale con Trump, quel modello sociale se applicato in Italia sarebbe devastante per le classi sociali meno abbienti, per i salariati.  E Trump e Meloni hanno in comune, ad esempio, l’odio per la sinistra che identificano con la difesa dell’ambiente, il rispetto di vincoli considerati come una sorta di insormontabile ostacolo alla crescita economica. In questi giorni gli Usa sono usciti da una sessantina tra accordi, convenzioni, trattati ed organismi internazionali dedicati all’ambiente, consideravano il cambiamento climatico un’autentica truffa, insomma un bel mix di oscurantismo e cultura antiscientifica. Dal canto suo l’Italia ha alcune decine di siti inquinati che da anni avrebbero dovuto essere bonificati rappresentando una minaccia per l’ambiente e per la salute pubblica.

Forse, alla luce di queste considerazioni, sarà più semplice spiegare la deliberata volontà dei reazionari (repubblicani negli Usa e governi di centro destra nella UE) di cancellare qualsiasi strumento di controllo sull’ operato dei Governi, ad esempio rimuovere quel bilanciamento dei poteri che era stato pensato e costruito dalle democrazie capitaliste del secondo dopo guerra per scongiurare involuzioni autoritarie. Siamo entrati in una fase storica nuova, l’autoritarismo, il panpenalismo, il rafforzamento degli esecutivi, la cultura di guerra e le leggi emergenziali stanno diventando sempre più forti perché sono ormai strumenti dirimenti per la sopravvivenza del sistema stesso.

E la società che si intravede all’orizzonte non prevede sanità pubblica accessibile a tutti, se non hai l’assicurazione privata puoi scordarti di ricevere cure, puoi lavorare ben oltre i 70 anni di età, il tuo trattamento di fine rapporto potrebbe un giorno svanire per la azzardate operazioni di Borsa del consulente finanziario a cui hai affidato i tuoi soldi. E la società non è quella ove il merito trionfa sempre (altro caposaldo della retorica liberal liberista), l’ascensore sociale è fermo, le disuguaglianze inimmaginabili per noi europei, la precarietà sociale spaventosa, le agibilità sindacali e politiche inesistenti, la repressione si fa sempre più brutale, questi alcuni aspetti interni di quella economia di guerra che per prosperare ha bisogno non solo del riarmo e del conflitto contro anche di costruire pratiche repressive contro la loro stessa popolazione. Se il sogno americano della sinistra liberal si è trasformato in un incubo tanto per gli autoctoni quanto per i popoli che subiranno lo strapotere statunitense, sarà il caso di rivedere l’intero armamentario ideologico con cui si prova a leggere la realtà contemporanea?

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 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


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Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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