"Io sono di sinistra". Da Gramsci alla Boschi qualcosa è cambiato...

“Essere di sinistra non significa tanto essere custodi della memoria, ma in qualche modo anticipare il futuro”.

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“Essere di sinistra non significa tanto essere custodi della memoria, ma in qualche modo anticipare il futuro”. A dichiararlo a Ballarò nel corso di un'intervista, memorabile per pathos e contenuti, è il ministro Maria Elena Boschi. Slogan per chiedere altri due euro agli iscritti alle prossime primarie o ritornello per una nuova canzone di Jovanotti che sia, un dato è certo: se è la Boschi oggi a spiegare che cosa significhi “essere di sinistra”, abbiamo l'ultima, definitiva, conferma che  le vecchie classificazioni della politica sono definitivamente tramontate. 

Da Gramsci alla Boschi, qualcosa è cambiato: nel rivendicare indirettamente un'appartenenza a sinistra dell'operato di questo governo, la ministra deve aver generato non pochi sussulti nella tomba del fondatore del Partito comunista italiano. Non c'è dubbio, del resto, che il governo Renzi non sia “custode della memoria”, altrimenti non avrebbe sistematicamente e scientificamente calpestato la Costituzione, la sua storia e i diritti sociali acquisiti con decenni di lotte da parte dei lavoratori; e non c'è dubbio che in qualche modo stia “anticipando il futuro”. Un futuro che si chiama precarizzazione di massa, povertà diffusa, macelleria sociale e privatizzazioni selvagge. Tutto ciò è quello che sta accadendo in Grecia, il topo da laboratorio della troika, e il governo Renzi sta facendo di tutto perché diventi realtà anche per gli italiani.
 
Cosa avrebbe detto Gramsci se avesse avuto la fortuna di ascoltare la memorabile intervista di Giannini alla Boschi? Probabilmente avrebbe usato queste due sue celebri frasi:
 
E' compito educativo e formativo dello Stato, che ha sempre il fine di creare nuovi e più alti tipi di civiltà, di adeguare la "civiltà" e la moralità delle più vaste masse popolari alle necessità del continuo sviluppo dell'apparato economico di produzione, quindi di elaborare anche fisicamente dei tipi nuovi di umanità. Ma come ogni singolo individuo riuscirà a incorporarsi nell'uomo collettivo e come avverrà la pressione educativa sui singoli ottenendone il consenso e la collaborazione, facendo diventare "libertà" la necessità e la coercizione?
 
La cultura [...] è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri. (da Socialismo e cultura, Il Grido del popolo, 29 gennaio 1916)

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