La disuguaglianza sociale è una scelta

Non si tratta di un inevitabile prodotto della globalizzazione ma di volontà politica

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La disuguaglianza sociale è una scelta

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Con la Grande Recessione iniziata nel 2008, la disuguaglianza sociale è arrivata, specialmente negli Stati Uniti, a livelli mai toccati prima. Ma nel resto del mondo il gap si sta riducendo? Se lo chiede Jospeh Stiglitz in Inequality Is a Choice, articolo scritto il 13 ottobre per il New York Times. 
 
Il Premio Nobel prende a riferimento la ricerca “The Haves and the Have-Nots: A Brief and Idiosyncratic History of Global Inequality,”  condotta da un'economista della Banca Mondiale, Branko Milanovic, per fornire alcune risposte sul tema. Dall'inizio del 1800, la rivoluzione industriale ha innalzato il benessere di Europa e Stati Uniti, producendo però una grande disuguaglianza sociale interna - basti pensare alle periferie di Liverpool e Manchester, o la Lower East Side di Manhattan di quell'epoca – ed allargando il divario di reddito con gli altri paesi in modo costante fino alla seconda guerra mondiale. 
Dalla caduta del comunismo alla fine degli anni '80, la globalizzazione ha accelerato il gap tra i paesi e solo dal 1988 al 2008, sottolinea Milanovic, assistiamo al primo declino della disuguaglianza globale tra i cittadini del mondo dalla rivoluzione industriale”, grazie ad il livello di crescita di Cina ed India, in particolare. Ma l'uguaglianza globale, considerato il benessere individuale attraverso il coefficiente di Gini, è migliorata molto poco. Dal 1998 al 2008, infatti, solo  l'1% mondiale della popolazione ha visto crescere i loro redditi del 60%, coloro nell'ultimo 5% della piramide non hanno visto differenze. Ed oggi l'8% dell'umanità detiene il 50% del reddito globale, l'1% solo il 15%. L'elite globale e la nuova “classe media emergente” cinese, indiana, brasiliana ed indonesiana, sottolinea il Premio Nobel per l'economia, hanno ottenuto i maggiori incrementi, mentre i paesi africani, alcuni dell'America Latina e molte popolazioni dell'ex Urss sono coloro che sono rimasti indietro.

Gli Stati Uniti forniscono un esempio emblematico e poco incoraggiante per il futuro. I redditi e benessere sempre più disuguali sono parte di un trend occidentale: uno studio del 2001 Ocse rileva che la diseguaglianza di reddito è iniziata a crescere alla fine degli anni '70 e d'inizio anni '80, per accelerare poi alla fine degli anni '80 anche in Gran Bretagna ed Israele. Nell'ultimo decennio, è poi cresciuta anche in paesi di tradizione egalitari come Germania, Svezia e Danimarca. Pochissime eccezioni: Francia, Spagna e Giappone, il 10% della scala hanno incrementato i loro redditi molto più dell'ultimo 10%. Ma i trend non sono inevitabili, né universali: paesi come Cile, Messico, Grecia, Turchia ed Ungheria, nello stesso periodo, sono riusciti a ridurre la diseguaglianza sociale, che è quindi un prodotto politico e non derivato solo delle forze macroeconomiche e della globalizzazione.
 
Negli Usa, sostiene Stiglitz, lo scorso anno il vertice sociale dell1% ha ottenuto il 22% del reddito nazionale, e lo 0,1%, l'11%. Il 99% di tutti i guadagni dal 2009 sono andati all'1%. La diseguaglianza americana è iniziata 30 anni fa, insieme con la diminuzione delle tasse per i ricchi e l'agevolazione delle regolamentazioni sul settore finanziario. Non è una coincidenza che nello stesso periodo si è iniziato a smettere di investire in infrastrutture, educazione e sanità, welfare. 

E l'Europa ha voluto seguire il cattivo esempio americano: l'austerità dalla Gran Bretagna alla Germania, ha fatto crollare salari ed aumentare la diseguaglianza, con i leader, da Angela Merkel a Mario Draghi, che sostengono che i problemi nascono dal Welfare. Ma, prosegue Stiglitz, è proprio questa linea di pensiero che ha portato il continente nella depressione e all'esasperazione delle diseguaglianze. I dati recenti in Europa indicano è vero la fine tecnica della recessione per la zona euro, ma non deve essere un grande conforto per i 27 milioni di disoccupati europei. In entrambe le parti dell'Atlantico i fanatici dell'austerità indicano il risanamento come premessa per la prosperità. Ma prosperità per chi?

La diseguaglianza e la povertà nei bambini è l'elemento più inaccettabile e fa apparire ancora più odiosa la definizione di povertà della destra americana come frutto della pigrizia e di scelte sbagliate: i bambini non possono scegliere i loro genitori. In America uno su quattro vive in povertà, in Spagna e Grecia, uno su sei, in Australia, Regno Unito e Canada uno su dieci. Nulla di tutto questo è inevitabile: alcuni paesi hanno reso la scelta di creare economie più eque.  
Siamo entrati non solo in un mondo diviso tra chi ha e chi non ha, ma anche tra paesi che non fanno nulla per questo e paesi che invece si preoccupano di creare una prosperità condivisa – l'unica realmente sostenibile. Chi sceglie la diseguaglianza, conclude Stiglitz, costruisce società in cui i ricchi vivono in comunità isolate dal resto della popolazione . Non è un posto in cui vale la pena vivere per la maggior parte di noi.

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