La guerra all'Iran e il miraggio delle scorte illimitate di Trump
Mentre il presidente parla di abbondanza infinita, il Pentagono convoca d'urgenza i contractor bellici e chiede 50 miliardi per rimpiazzare i missili appena usati. La matematica delle armi non è un'opinione
C'è una frase che il presidente statunitense ha ripetuto con sicurezza in questi giorni, quasi fosse un dato di fatto, una verità indiscutibile: "Scorte praticamente illimitate" . Gli Stati Uniti, secondo Donald Trump, possono combattere guerre "per sempre" usando solo le proprie riserve di munizioni. "E con grande successo", ha aggiunto.
Peccato che la realtà, come spesso accade, sia molto più complicata di uno slogan perché i fatti hanno la testa dura.
Mentre Trump parla di abbondanza infinita, il Pentagono convoca d'urgenza i giganti dell'industria bellica a Washington. Lockheed Martin, RTX (la casa madre di Raytheon), e altri grandi fornitori sono attesi alla Casa Bianca questo venerdì, come riferisce l’agenzia Reuters. L'ordine del giorno? Accelerare la produzione di armi. Non esattamente il comportamento di chi ha magazzini traboccanti.
L'operazione militare contro l'Iran dello scorso fine settimana ha fatto più danni di quanto si voglia ammettere. Non solo a Teheran, ma nei depositi del Pentagono. I Tomahawk, i caccia stealth F-35, i droni d'attacco a basso costo: tutto questo ha un prezzo, e quel prezzo si chiama "scorte in esaurimento".
Da quando la Russia ha avviato l’operazione militare speciale in Ucraina nel 2022, gli Stati Uniti hanno prosciugato miliardi di dollari in armi. Artiglieria, munizioni, missili anticarro. Poi è arrivato il conflitto a Gaza, e il rubinetto si è aperto ancora di più. Ma è l'Iran, spiegano fonti vicine al Pentagono, a consumare missili a lungo raggio di tipo diverso, più sofisticati, più costosi, più difficili da rimpiazzare.
Il paradosso è che mentre Trump rassicura l'opinione pubblica sull'abbondanza, il suo vice segretario alla Difesa, Steve Feinberg – scrive Reuters - lavora a una richiesta di bilancio suppletiva da circa 50 miliardi di dollari . Soldi che servono esattamente a una cosa: rimpiazzare quello che è stato appena usato.
La matematica delle armi non è un'opinione
Prendiamo i Tomahawk, i missili da crociera simbolo della potenza statunitense. Raytheon, che li produce, ha appena firmato un nuovo accordo con il Pentagono per arrivare a mille unità l'anno. Mille. Sembra tanto, finché non si scopre che per il 2026 il Dipartimento della Difesa prevede di acquistarne appena 57. A 1,3 milioni di dollari l'uno.
Cinquantasette missili. Contro una nazione come l'Iran, che ha profondità strategica, capacità missilistiche proprie e alleati nella regione. Questa non è una scorta infinita. Questa è una scorta che, se usata in modo continuativo, si esaurisce in poche settimane.
E poi c'è un altro dettaglio che racconta quanto la situazione sia meno rosea di quanto voglia far credere Donald Trump. Il presidente ha firmato a gennaio un ordine esecutivo per identificare le aziende che non stanno producendo abbastanza. Tradotto: contractor che distribuiscono profitti agli azionisti ma non riescono a consegnare armi nei tempi previsti.
Il Pentagono sta per pubblicare una lista dei "fornitori inadempienti". Chi finisce in quella lista avrà 15 giorni per presentare un piano approvato dal consiglio di amministrazione. Se non basterà, scattano azioni esecutive, fino alla risoluzione dei contratti.
È il ritratto di un sistema che scricchiola. Di un'industria che non tiene il passo. Di una macchina bellica che, per quanto potente, ha limiti fisici che nessuna retorica presidenziale può cancellare.
C'è un equivoco di fondo nel modo in cui l'amministrazione Trump affronta la crisi bellica che ha deciso deliberatamente di innescare, problabilmente anche su impulso israeliano. L'Iran non è l'Iraq del 2003: ha la capacità di rendere una guerra molto, molto lunga.
E le guerre lunghe, in assenza di scorte infinite, diventano un problema. Non solo militare, ma politico ed economico.
Già oggi, dopo l'Ucraina, dopo Gaza, dopo i primi colpi all'Iran, il Pentagono è costretto a chiedere 50 miliardi aggiuntivi. Ma quanti altri 50 miliardi serviranno tra sei mesi? E tra un anno?
L'industria della difesa USA è potente, ma non ha la bacchetta magica. I missili non crescono sugli alberi. Ci vogliono linee di produzione, materie prime, tecnici specializzati, tempo. Soprattutto tempo. E il tempo, in una guerra, è la risorsa più preziosa.
La retorica che si scontra con la realtà
Trump dice che si può combattere per sempre usando solo le scorte statunitensi. Ma intanto convoca d'urgenza i produttori di armi per chiedere loro di accelerare. Dice che le scorte sono virtualmente illimitate, ma il Pentagono prepara una lista di contractor inadempienti perché non producono abbastanza.
Non è ipocrisia, è semplicemente la differenza tra chi deve vendere una narrazione e chi deve gestire una guerra vera.
I fatti parlano chiaro: gli Stati Uniti hanno consumato così tante armi in tre anni che ora devono correre ai ripari. E l'Iran, a differenza dell'Iraq, ha il potenziale per trasformare questa corsa in una maratona. Una maratona che gli Stati Uniti, con la loro attuale capacità produttiva, non sono sicuri di poter correre fino in fondo.
L'Iran non sarà un'avventura di poche settimane. E gli Stati Uniti, per quanto potenti, scopriranno sulla loro pelle che le scorte infinite sono un mito. Che i missili costano, che le linee di produzione hanno ritmi, che i fornitori non sono infiniti.
E che, alla fine, la guerra lunga non la vince chi ha più armi all'inizio. Ma chi riesce a produrne di più per tutto il tempo. E su questo campo, oggi, hanno un grosso handicap che nessuna retorica potrà colmare.

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