La guerra USA-Israele contro l’Iran e il prezzo pagato dai civili
Una festa di matrimonio trasformata in una strage. È questa l’immagine che arriva da Kouhestak, nella provincia iraniana di Hormozgan, dove un attacco missilistico statunitense ha colpito martedì sera una cerimonia familiare causando almeno cinque morti e 68 feriti. Tra le vittime, secondo le autorità e il personale medico locale, anche un bambino di appena quattro anni. Alla celebrazione partecipavano centinaia di persone, in gran parte civili, comprese donne e bambini. L’attacco non rappresenta però un episodio isolato. Nella stessa notte sono state colpite tre località nell’area di Ahvaz e Aghajari, nella provincia sudoccidentale del Khuzestan, mentre altri bombardamenti hanno interessato la provincia costiera di Hormozgan.
La risposta di Washington è arrivata attraverso il Comando Centrale statunitense, che ha sostenuto di aver colpito esclusivamente obiettivi appartenenti alle Guardie della Rivoluzione Islamica. CENTCOM ha collegato le operazioni alle tensioni nello Stretto di Hormuz e alle presunte minacce contro le forze statunitensi presenti nella regione. Una ricostruzione respinta con forza dalle autorità provinciali e dai testimoni, secondo i quali il luogo colpito a Kouhestak era un sito residenziale e sociale chiaramente riconoscibile, utilizzato per una tradizionale festa di matrimonio. La vicenda ha immediatamente aperto anche un fronte internazionale. La Mezzaluna Rossa iraniana ha presentato una lettera alla Corte Penale Internazionale chiedendo un’indagine indipendente, imparziale e approfondita sull’attacco. Per l’organizzazione umanitaria, la presenza di civili e la natura della struttura colpita sollevano gravi interrogativi alla luce del diritto internazionale umanitario. L’attacco, secondo la Mezzaluna Rossa, potrebbe configurare un crimine di guerra.
Il caso di Kouhestak si inserisce inoltre in una sequenza di episodi che Teheran considera parte di un modello sistematico. Il 28 febbraio, primo giorno dell’attuale conflitto, un bombardamento statunitense ha colpito una scuola a Minab durante l’orario delle lezioni, provocando 168 morti, in larga maggioranza bambini e personale scolastico. Successivamente, a Lamerd, un attacco ha colpito un centro sportivo durante un allenamento giovanile, uccidendo atleti, allenatori e spettatori. Scuola, impianto sportivo e ora una festa di matrimonio: tre luoghi profondamente diversi, ma accomunati dalla presenza di civili. È proprio questa sequenza a rendere sempre più difficile, secondo Teheran, ricondurre le vittime alla categoria dei semplici “danni collaterali”. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Baqer Qalibaf ha accusato Washington di colpire deliberatamente luoghi frequentati da civili, evocando una condotta che, nelle sue parole, ricorda quella di “Satana”. Ancora più diretto è stato Hassan Ghashghavi, che ha messo in discussione la possibilità che un apparato militare dotato di sofisticati sistemi satellitari possa confondere ripetutamente una scuola, un centro sportivo o una festa di matrimonio con un obiettivo militare. La questione centrale diventa quindi quella della cosiddetta “precisione” degli attacchi. Il conflitto iniziato il 28 febbraio, con l’escalation congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, ha già prodotto decine di giorni di bombardamenti e numerose vittime civili. A rendere ancora più delicata la situazione è la sorte del cessate il fuoco raggiunto dopo un memorandum mediato dal Pakistan il 17 giugno.
L’intesa, che avrebbe dovuto consolidare la tregua in vigore dall’8 aprile, è stata successivamente violata dall’amministrazione Trump. Di fronte alla nuova escalation, le forze armate iraniane hanno risposto con operazioni missilistiche e con attacchi di droni contro installazioni militari e interessi statunitensi nella regione. Teheran evidenzia di agire nell’ambito del diritto all’autodifesa previsto dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Ma il rischio è ormai quello di una spirale nella quale ogni attacco produce una rappresaglia e ogni rappresaglia prepara il terreno a nuovi bombardamenti. La tragedia di Kouhestak rende così ancora più urgente la domanda sulla responsabilità internazionale per le vittime civili. Perché quando una guerra arriva a colpire anche una festa di matrimonio, il problema non riguarda più soltanto gli obiettivi militari dichiarati. Riguarda il confine, sempre più fragile, tra guerra e impunità.
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