LA MASCHERA CADUTA: SEQUESTRO IMPERIALE, RESISTENZA MATERIALE
di Pasquale Liguori
Non siamo di fronte a una semplice apatia, ma a un vasto coma vigile. Viviamo immersi in una diffusa umanità lobotomizzata, di "gente che vive senza fiatare" in un sistema che rende sguatteri privi di diritti e guardiani delle proprie catene. Il risultato è un quadro clinico grottesco: sudditi persuasi di essere liberi mentre vengono saturati 24 ore su 24 da una propaganda che inverte la realtà e normalizza l’abuso. Sudditi pronti a dimenticare in un lampo i loro stessi slogan. Quelli che ieri ripetevano come automi "c'è un aggressore e un aggredito", oggi applaudono l'aggressione pura, lo stupro della sovranità altrui, l’atto predatorio elevato a “difesa dell’ordine”, dimostrando che la loro morale è un interruttore manovrato dal padrone.
Dentro questa miseria morale, le testimonianze che arrivano dal tribunale statunitense sono di una potenza devastante e non richiedono interpretazioni. Nicolas Maduro, trascinato di peso in un'aula che non ha giurisdizione se non quella della prepotenza imperiale, ha squarciato il velo dell'ipocrisia occidentale. Di fronte a un giudice che non è altro che un funzionario dell'impero, Maduro non ha cercato difese legali. Ogni difesa “legale” sarebbe un atto di sottomissione simbolica, l’accettazione di un sistema strutturalmente illegittimo. Maduro sceglie un’altra postura: non cerca appigli nell’ordinamento di chi lo sequestra, ma nomina la realtà con la statura della storia: "Sono il presidente costituzionalmente eletto della Repubblica bolivariana del Venezuela, prigioniero di guerra".
Quella frase non è un espediente. È un atto di classificazione. Stabilisce chi è l’aggressore e quale natura ha la cattura da parte dei suoi carcerieri. Sposta il terreno dal “diritto” invocato dal più forte alla struttura politica del gesto: rapimento, coercizione, intimidazione, esibizione del trofeo. E, soprattutto, smonta l’ipnosi lessicale occidentale, quella che chiama “democrazia” un meccanismo di dominio e “stato di diritto” la sua scenografia: cornici patologiche ed estetiche ormai saltate. È la conferma brutale di ciò che va detto senza più prudenza terminologica, di quanto si cerca di denunciare da tempo: il Diritto esiste solo quando è quello del più forte, la norma vale finché non disturba la gerarchia. È un sistema di doppi standard dove la legge è una clava brandita contro gli indifesi e un tappeto rosso srotolato per gli amici del bullo. Il tribunale americano non “sbaglia”, si rivela per quello che è: ancillare, servo, un meccanismo burocratico che legalizza il brigantaggio internazionale e lo restituisce come procedura.
Ma se il Nord del mondo gioca a spartirsi il potere con la violenza mafiosa, nel Sud del mondo sta accadendo qualcosa di ontologicamente diverso. Le folle oceaniche in Venezuela, le piazze riempite a sostegno del suo presidente - immagini cancellate, ridotte a rumore, espulse dal racconto dei media di regime - non sono folklore, sono corpo politico. E quel corpo, per struttura, per destino storico, per capacità di resistenza, assomiglia a quello che a Gaza sopravvive sotto assedio e sotto genocidio. Non c’è analogia sentimentale: c’è una parentela materiale nella violenza subita, nel rifiuto di piegarsi.
In questo quadro, spicca la voce potente di Gustavo Petro, presidente della Colombia, che rifiuta di recitare il copione del servo, a differenza degli squallidi capi europei. Non offre la solita frase prudente, non consegna il proprio Paese alla logica del vassallaggio. Attingendo a una storia millenaria, Petro ha respinto al mittente le accuse infamanti fabbricate a Washington: "Ho imparato a non essere uno schiavo e rifiuto le vostre dichiarazioni che ci assegnano unilateralmente al vostro dominio". La sua non è rievocazione letteraria ma rivendicazione esistenziale: "Noi latinoamericani siamo repubblicani e indipendenti, e molti di noi sono rivoluzionari". Rimette al centro una continuità storica che l’impero cerca sempre di spezzare: la sovranità come esperienza, non come concessione.
Petro non ignora le modalità tattiche preferite dall’Occidente contro chi non si allinea: l’etichetta del narcotraffico, la criminalizzazione preventiva, la calunnia che prepara sanzioni, isolamento, intervento. Egli svela l'inganno: "Non vedete narcotrafficanti dove ci sono solo autentici guerrieri per la Democrazia e la Libertà". Intreccia esplicitamente la sua storia di combattente nell'M-19, che firmò la pace per la democrazia, con la resistenza attuale e fa un gesto politicamente inosabile: svela il nesso tra la punizione che subisce e le sue parole contro il genocidio a Gaza. Qui la sua dichiarazione diventa più che solidarietà: diventa una diagnosi del regime globale della verità, dove parlare contro lo sterminio palestinese viene trattato come una devianza, mentre sostenere lo sterminio viene normalizzato come realpolitik.
Se i potenti eseguono le loro spartizioni sulla pelle dei popoli, i "non potenti" stanno determinando una nuova ontologia: quella di un Sud del mondo che resiste. In quel mondo non c’è più spazio per le mediazioni istituzionali intese come anestesia, per le risoluzioni Onu che valgono meno della carta su cui sono scritte, per appelli rituali destinati a non interrompere nulla. La convergenza necessaria su questo spirito di lotta è tra moltitudini che riconoscono la stessa architettura di dominio: Caracas, Bogotá, Rafah come punti di una stessa mappa. Non si tratta di aderire a schemi prefabbricati - gli schemi servono a normalizzare l’oppressione - ma di rifiutare l’intero quadro che la rende “legittima”. In questo senso la frase di Petro ai suoi militari suona come una linea di demarcazione: "Ogni comandante… che preferisce la bandiera degli Stati Uniti alla bandiera della Colombia si ritiri immediatamente".
La maschera è caduta. Da una parte il diritto del più forte, i tribunali farlocchi, la giustizia come arma e la legalità come travestimento. Dall’altra la dignità che si dichiara prigioniera di guerra e l’indipendenza che rifiuta di essere schiava. A questo punto non si può più fingere che sia solo geopolitica. È una linea che attraversa l’umano.
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