La risposta iraniana smaschera la vulnerabilità militare USA nella regione
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha annunciato il lancio della 90ª ondata dell’“Operazione True Promise 4”, una massiccia offensiva con missili e droni contro obiettivi industriali e militari legati a Washington e Tel Aviv. Secondo Teheran, gli attacchi hanno colpito impianti siderurgici negli Emirati Arabi Uniti e strutture in Bahrein, considerate parte dell’infrastruttura strategica statunitense nella regione. L’IRGC ha inoltre rivendicato la distruzione di siti militari, tra cui fabbriche d’armi e postazioni operative nei pressi di Manama, con decine di vittime tra il personale statunitense. L’offensiva si è estesa anche a basi israeliane - tra cui Tel Nof, Palmachim e Ben Gurion - e a numerosi punti di concentrazione militare in tutto il territorio israeliano.
Parallelamente, missili balistici e droni hanno preso di mira basi statunitensi in Kuwait e Arabia Saudita, incluso il nodo strategico di al-Kharj. Proprio da qui arriva un messaggio particolarmente duro: il comandante aerospaziale dell’IRGC, Majid Mousavi, ha rivolto una minaccia diretta al segretario alla Difesa USA Pete Hegseth, chiedendo provocatoriamente se “le lapidi siano già pronte”, a sottolineare la determinazione iraniana. Nel frattempo, anche fonti occidentali confermano la gravità della situazione. Un’inchiesta del New York Times riferisce che gli attacchi iraniani hanno causato danni significativi a numerose installazioni militari statunitensi in Asia occidentale, costringendo migliaia di soldati a lasciare le basi e trasferirsi in strutture civili come hotel e uffici.
Con circa 40.000 militari inizialmente dispiegati nell’area, il comando centrale USA ha avviato una redistribuzione su larga scala, spostando parte delle truppe persino in Europa. Tuttavia, questa riorganizzazione sta rendendo le operazioni militari molto più complesse e meno efficaci. Alcune basi risultano ormai quasi inabitabili, in particolare in Kuwait, dove attacchi mirati hanno colpito infrastrutture chiave. A Shuaiba, un raid ha distrutto un centro operativo causando la morte di sei soldati, mentre altre installazioni hanno subito danni a velivoli e strutture logistiche.
Teheran qualifica l’offensiva come risposta diretta alle precedenti azioni militari statunitensi e israeliane contro il proprio territorio e le proprie industrie, promettendo reazioni ancora più dure in caso di ulteriori attacchi. Il quadro che emerge è quello di una guerra con un livello di intensità crescente e un rischio concreto di allargamento del conflitto ben oltre i confini regionali. In questo scenario, ogni nuova azione potrebbe trasformarsi nella scintilla di una crisi globale innescata dal bellicismo della coalizione Epstein.
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