"L'annullamento dell'agire democratico" diviene prassi di governo

Bloccato il processo per una democrazia partecipativa, siamo divenendo una post-democrazia controllata dall’accordo organico tra governi ed élite finanziarie.

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"L'annullamento dell'agire democratico" diviene prassi di governo

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A commento delle parole recenti di Giorgio Napolitano - «Non si agitino spettri di insidie e macchinazioni autoritarie e non si miri a un nuovo nulla di fatto» - e del ministro Boschi - «Ho sentito alcuni parlare di svolta autoritaria. Questa è una allucinazione e come tutte le allucinazioni non può essere smentita con la forza della ragione. Non c’è niente di autoritario» - Paolo Becchi sul Fatto Quotidiano  prende a riferimento la riforma del bicameralismo in corso, tra spettri e allucinazioni, per affrontare un discorso più ampio che sta coinvolgendo il sistema democratico del nostro paese. "Ciò che sta avvenendo è, infatti, l’avvento di forme politiche del tutto inedite, per le quali  perdono senso le tradizionali categorie politiche, le classiche opposizioni democrazia/autoritarismo". La sua conclusione è amara: l'Italia avrebbe potuto essere il modello di riferimento per il passaggio ad una democrazia partecipativa ed invece sta divenendo uno dei primi esempi consolidati di post-democrazia.
 
Quello di cui non riusciamo a percepire ancora bene le dinamiche, è un processo che – a livello non locale, ma mondiale – sta portando a quella che è stata definita la postdemocrazia, la quale non è, come sottolineava già Rancière, uno stadio della democrazia, ma, al contrario, «l’annullamento delle forme dell’agire democratico» che si ha proprio attraverso le regole democratiche. La post-democrazia è quella forma di governo che abolisce ogni possibilità di conflitto, e che, dietro il mantenimento dei meccanismi del “gioco” democratico (elezioni, diritti individuali, etc.), nasconde un volto sempre più oligarchico.
Anzi, si potrebbe dire, con Crouch, che sono proprio le elezioni, l’uso che ormai se ne fa, è proprio il gioco democratico ad impedire e bloccare il funzionamento democratico: «Se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi. La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve. A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’integrazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici».
La crisi della democrazia rappresentativa poteva essere risolta secondo due strade diverse, radicalmente opposte. O puntando al passaggio ad una democrazia partecipativa, capace di riportare il cittadino al centro della vita pubblica incrementando quegli strumenti di democrazia diretta che oggi attraverso la rete hanno grandi possibilità di affermarsi. Era quello che aveva tentato di fare il M5S. Oppure riducendo ulteriormente gli elementi di rappresentatività (costituzione di una seconda Camera non elettiva, riduzione dei referendum, delle iniziative di legge popolare, etc.). Ed è questa la linea renziana, la quale punta, in sostanza, ad eliminare e bloccare ogni possibilità di opposizione in questo Paese, subordinando le Camere al Governo, realizzando il superamento di ogni meccanismo di pesi e contrappesi tipico degli equilibri costituzionali “liberali”, sacrificato a quell’esigenza digovernabilità che non sembra avere altro significato che quello di sbarazzarsi degli avversari politici.
L’Italia avrebbe potuto essere il primo Paese a rivoluzionare il sistema verso una democrazia partecipativa, ma questo processo è stato bloccato e ora si è presa l’altra direzione, quella di una post-democrazia controllata dall’accordo organico tra governi ed élite finanziarie.

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