L'attentato a Beirut e il caos siriano

Obiettivo dell’eccidio era colpire un quartiere controllato da Hezbollah, alleato prezioso del presidente Assad

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Nuovo, odioso, attentato del Califfato islamico. Stavolta in Libano, il primo “made in Isis” nel Paese dei cedri. Le vittime sono 43 ma il numero è destinato ad aumentare, stante che tra i 239 feriti, alcuni dei quali bambini, alcuni sono gravi. Protagonisti dell’orrenda pagina di cronaca nera scritta ieri a Beirut tre kamikaze: due di questi avevano il compito di seminare morte tra la folla, mentre il terzo doveva colpire i fedeli in preghiera in una moschea poco distante.
 
L’attentato avrebbe potuto mietere ancora più vittime: dei primi due kamikaze solo uno è riuscito a portare a termine la missione, dal momento che la bomba del secondo attentatore non è esplosa. Il terzo assassino, subito dopo la detonazione del primo ordigno, si è messo a correre verso la moschea urlando «Allah Akbar».
 
Qui entra in gioco Adel Termos, uno dei tanti abitanti del quartiere, padre di tre figli, il cui nome è ora sulle labbra di tutti i libanesi: l’ha bloccato prima che entrasse nel luogo di culto ed è perito nell’esplosione. «Felice il Paese che non ha bisogno di eroi», afferma Galileo nell’opera di Brecth. Ma a quanto pare questa felicità non è data al povero Libano, dove la follia dell’Isis vuole tracimare.
 
Ancora più odioso è che questa strage è avvenuta nel quartiere di Bourj el-Brajneh, angolo popolare quanto sovraffollato della capitale. Obiettivo dell’eccidio era colpire un quartiere controllato da Hezbollah, per evidenziarne la debolezza agli occhi della sua gente, gli sciiti libanesi.
 
Già, perché Hezbollah è entrato nel mirino del Califfato da quando si è alleato con Assad, che anche grazie al suo apporto è riuscito a resistere alla marea montante dei miliziani jihadisti che da ogni angolo del mondo sono stati scatenati in Siria per rovesciarlo.
 
Hezbollah che prima di altri aveva capito che la sfida del Califfato non sarebbe finita con la fuoriuscita di Assad, ma avrebbe tracimato in Libano per far fuori anche loro, che insieme al governo di Damasco costituiscono la cintura sciita alla quale l’agenzia del terrore, forte dei suoi appoggi presso le petromonarchie sunnite (e non solo), ha dichiarato guerra. Così è scesa in campo, confrontandosi con l’orrore siriano, prima che l’orrore siriano arrivasse a Beirut. A quanto pare c’è arrivato lo stesso; e forse quel che successo ieri è solo l’inizio di una stagione di paura.
 
Nei progetti degli strateghi del terrore questa semina di morte ha anche un altro scopo: esportare il conflitto tra sciiti e sunniti che sta incendiando il Medio Oriente anche nel Paese dei cedri, nel quale i due rami dell’islamismo hanno trovato una faticosa convivenza dopo la lunga guerra civile. Attentati come questo servono così anche a seminare zizzania, alimentare sospetti, creare scontri, giocando sulle diffidenze reciproche che pure esistono.
 
La scorsa settimana aerei militari israeliani avevano bombardato obiettivi legati a Hezbollah in Siria, con il rischio  di innescare pericolose reazioni.
 
 
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