L'ennesima ombra sulla primavera araba

Le dimissioni di Fayyad un pessimo segnale per il futuro della regione

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L'ennesima ombra sulla primavera araba

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Il 13 aprile scorso il primo ministro dell'Autorità Palestinese Salam Fayyad  ha rassegnato le sue dimissioni. Secondo Thomas Friedman, in Goodbye to all that, si tratta di una pessima notizia per il mondo arabo. Per costruire una nuova generazione di leader, il cui obiettivo prioritario doveva essere lo sviluppo umano del loro popolo e non l'arricchimento di una famiglia, tribù, setta o partito, la leadership non corrotta, focalizzata sullo sviluppo delle istituzioni democratiche creata da Fayyad rappresentava il punto di riferimento politico della primavera araba. Non è un buon segnale quindi per le rivoluzioni di Egitto, Siria o Tunisia, nessuna delle quali, del resto, ha un leader comparabile tra le sue fila.
Ex economista al FMI, ministro delle finanze dell'Autorità palestinese nel 2002, primo ministro dal dal 2007, Salam Fayyad era un raggio di luce per il mondo arabo, tanto che Thomas Friedman aveva coniato il termine di “Fayyadismo”, volto a descrivere una politica di governo senza slogan o resistenza contro Israele e l'occidente, senza un culto della personalità, ma basata su trasparenza e responsabilità. L'ex primo ministro dell'Autorità palestinese è stato il primo dirigente arabo a pubblicare l'intero bilancio fiscale online ed aver ricostruito i servizi di sicurezza a West Bank rispettati anche da Israele. La politica di trasparenza di Fayyad ha permesso l'arrivo di innumerevoli aiuti internazionali ed i risultati economici sono stati sorprendenti: nonostante la depressione mondiale, West Bank ha registrato una crescita del 9% tra il 2008 ed il 2010 ed il supporto pubblico a Fayyad alla metà del 2011 era al 53%, 19 punti in più di Hamas a Gaza.
Tutto è poi cambiato quando il presidente dell'AP Mahmoud Abbas, frustrato dai ritardi del governo di destra israeliano nel riprendere il processo di pace, ha deciso di procedere per il riconoscimento della sovranità palestinese alle Nazioni Unite. A quel punto Israele e gli Stati Uniti - con una decisione che Friedman giudica irragionevole soprattutto in relazione all'assenza di azioni in relazioni ad i nuovi insediamenti israeliani - hanno proceduto a ritorsioni che hanno messo in ginocchio la piccola economia araba. Fayyad, che aveva definito irresponsabile la decisione di andare all'Onu di Abbas, si è trovato costretto all'austerità per evitare il collasso delle finanze. Alla prima occasione utile l'AP ha poi sfruttato la situazione per eliminare un primo ministro mai amato dal resto della dirigenza.
Hamas ed i coloni israeliani, conclude Friedman, sono i veri vincitori: lo scopo di Fayyad di costruire uno stato filo occidentale ed economicamente florido a West Bank in grado di instaurare un processo di pace con Israele, era una minaccia per entrambi questi attori che preferiscono, al contrario, non aver interlocutori con cui negoziare e continuare nelle loro lotte. Resta, in questo contesto, la grave responsabilità americana ed israeliana per aver facilitato le dimissioni di un loro “alleato” e concorso a generare l'ennesima ombra sul futuro della regione post primavera araba.  

 Per un approfondimento, si consiglia la lettura di: 
 
1) Kelly, T., "Law, Violence and Sovereignty Among West Bank Palestinians"
2) Bornstein, A., "Crossing the Green Line Between the West Bank and Israel"
3) Diwan, I., "Development Under Adversity: The Palestinian Economy in Transition"
 
 

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