L'Europa non è diventata "brutta" all'improvviso

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L'Europa non è diventata "brutta" all'improvviso

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di Lorenzo Ferrazzano


Mentre a Bergamo colonne di mezzi militari trasportano le salme verso altre città e altre regioni per mancanza di spazio nei cimiteri, sulle autostrade italiane sfilano i camion russi. Non sono i cosacchi che portano a dissetare i loro cavalli alle fontane di San Pietro; sono i medici, i tecnici e gli esperti che corrono in soccorso verso la Lombardia.

Fa parte della geopolitica degli aiuti, certo. Aiuti non proprio disinteressati ma da accogliere con estrema riconoscenza, sebbene certa stampa nostrana, col vizio della genuflessione a Ovest, continui a peccare di ingratitudine, tanto da costringerci alle tirate d'orecchie da parte degli ambasciatori.

L'atmosfera è incandescente, in questi giorni. Le istituzioni politiche e scientifiche di tutto il mondo sono nel caos. E sebbene ogni equilibrio sia stato stravolto, resta solo una costante che non cede al bailamme di questi giorni: il rigorismo dell'Europa del nord.

Un eccesso di zelo, questo, che ha fatto indignare persino i più fanatici degli europeisti. E così, in seguito a reiterate dimostrazioni di bruxelliano menefreghismo (almeno finché il problema era solo arci-italiano), e dopo i drammatici effetti della mancanza di coordinamento strategico nell'Unione, oggi la Repubblica lancia in prima pagina un titolo storico:«La brutta Europa».

Ma è tardi; è troppo tardi gridare di dolore solo dopo essersi punti sulla cima dell'iceberg, mentre il fondo restava nascosto dall'oceano dei dogmi economici, dei proclami, dei trattati, dell'austerità. Politiche, queste, elogiate ed applicate alla lettera dallo stesso partito che oggi sostiene di aver sbattuto i pugni sui tavoli telematici di Bruxelles.

È troppo facile riconoscere la fine dell'Europa solo quando le fiamme del rogo diventano ingovernabili. Perché la vera natura del “sogno europeo”, coerentemente alla “vertigine del successo” liberista del 1991, era chiara fin dall'inizio: primato dell'economia sulla politica e trasfigurazione in forma finanziaria dell'essere umano:«Tu sei quello che i parametri dicono che sei» (I. Magli).

Naturalmente si è cercato con ogni mezzo retorico a disposizione di raccontare l'Europa come un sogno di armonia popolare, sebbene lo stesso fondatore di questo “sogno”, Jean Monnet, avesse precisato che l'Europa non si sarebbe fatta nelle piazze ma negli uffici dei burocrati. E ora capiamo perché.

Prima di ogni terremoto devastante si registrano sempre decine di scosse. C'è chi le ignora, girandosi dall'altra parte, e chi ne ha paura, perché ha intravisto i propri muri tremare. E di scosse premonitrici negli ultimi anni ce ne sono state a centinaia.

A cominciare dalla gestione della crisi della Grecia, che ha avuto ottimi risultati per i creditori stranieri, ma al prezzo che tutti noi conosciamo: crollo del Pil e della spesa pubblica, tassi di disoccupazione drammatici, aumento della povertà, della mortalità infantile (tenuta ben nascosta dai tribuni dell'austerità) e dei suicidi. Rischiando anche la sospensione del diritto di voto in sede europea, come chiesto dalla Germania.

Ai gravi abusi legalizzati in materia finanziaria si aggiungono poi quelli di natura politica. Perché negli ultimi anni in certe capitali europee si è deciso di scatenare guerre devastanti alle soglie dell'Europa; senza però assumersi l'onere di pagare collettivamente una parte dei danni, creando ad esempio canali di transito legali per gestire l'afflusso dei profughi e dei migranti.

Si è preferito da una parte pagare il pizzo ai sultani, e dall'altra addossare il compito dell'accoglienza - e le colpe dei naufragi - ai Paesi di primo arrivo, quelli del Sud, dove i comandamenti dell'austerità avevano già smantellato parte del sistema di spesa pubblica.

Ora è troppo tardi per stupirsi dell'Europa, per ammettere che forse a Bruxelles non si lavora per essere solidali. Si è preferito interpretare l'ascesa dei populisti come un'incomprensibile fenomeno extra storico venuto fuori dal nulla; magari progettato dal Cremlino per distruggere l'Europa, piuttosto che come la conseguenza sociopolitica della più grave crisi economica dal secondo dopoguerra.
Si è preferito irridere gli intellettuali che elaboravano critiche scientifiche al sistema Europa, relegandoli in assurde categorie destinate al ludibrio dei secoli: da “euroscettici” a “sovranisti psichici”, ovvero - secondo la Treccani - coloro che percepiscono come «nemici mentali [...] le istituzioni sovranazionali come l'Unione Europea, i mercati e il Fmi». Soffocando così ogni critica scientifica che avesse una base socialista, lasciando questo spazio alla destra liberista.

L'epidemia sta costringendo tutti a un dietrofront. Ma l'Europa non è diventata “brutta” all'improvviso: il virus ha soltanto acceso la luce sulle crepe provocate dallo sciame sismico. Peccato solo che la lezione sia stata appresa in piena epidemia, soltanto dopo aver tagliato con la scure dell'austerità quelle migliaia di posti letto che oggi avrebbero potuto salvare la vita ai nostri padri e alle nostre madri.
 

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