Malcolm X: il grido della colonia interna nel cuore dell'imperialismo
di Geraldina Colotti per l'AntiDiplomatico
Il 21 febbraio 1965, 61 anni fa, veniva assassinato a New York il rivoluzionario Malcolm X. La sua eredità è lungi dall'essere confinata al passato; è una chiave di lettura indispensabile per comprendere le dinamiche di oppressione negli Stati Uniti contemporanei. La figura di El-Hajj Malik El-Shabazz, conosciuto nel mondo come Malcolm X, si erge come uno spartiacque nel panorama politico e ideologico del XX secolo. Lungi dall'essere semplicemente un'icona del nazionalismo nero, la sua evoluzione intellettuale e la sua critica radicale al sistema statunitense offrono una delle letture antimperialiste più penetranti del conflitto di classe, un'analisi che mantiene una sorprendente e drammatica attualità.
Il pensiero maturo di Malcolm X non può essere ridotto a una questione razziale, ma costituisce una teoria del conflitto di classe in chiave internazionalista. Egli fu il pensatore che seppe mettere a nudo la democrazia borghese statunitense, rivelando il nesso strutturale tra il razzismo interno e l'imperialismo globale. Per i comunisti, la sua eredità è cruciale perché ha portato l'analisi materialista, spesso teorica e distante, al centro della carne sociale, definendo il ghetto afroamericano non come un semplice quartiere degradato, ma come una "colonia interna".
Questa definizione è il punto di partenza della sua rottura: se il ghetto è una colonia, gli afrodiscendenti non lottano solo per i "diritti civili" all'interno del sistema (come faceva una parte del Movimento per i Diritti Civili), ma per i "diritti umani" e la liberazione nazionale in senso, per quel tempo, "terzomondista", come tutti i popoli oppressi dalle potenze coloniali e neocoloniali. La sua strategia non puntava all'integrazione nell'ordine borghese bianco, ma alla sua distruzione, sostituendola con un'autodeterminazione politica ed economica che poneva il popolo nero come avanguardia rivoluzionaria. La sua filosofia incarnava l'idea che la decolonizzazione non fosse un fenomeno geograficamente limitato, ma un processo globale che doveva inevitabilmente coinvolgere anche i centri del potere imperiale.
Nella sua visione, la borghesia statunitense utilizzava il razzismo come lo strumento più potente per la divisione della classe lavoratrice: la soppressione del nero non era un accidente morale, ma un imperativo economico per mantenere bassi i salari e frammentare la coscienza di classe. Un'analisi che, sebbene non sempre esplicitata nei termini ortodossi del marxismo, ne condivide la matrice materialista: la condizione di oppressione è determinata dai rapporti economici e dalla struttura del potere, non dalla mera morale. Il razzismo strutturale funge da meccanismo di super-sfruttamento e controllo sociale essenziale per la riproduzione capitalista.
Il pensiero di Malcolm X, filtrato attraverso l'eredità del Black Power e l'analisi della "colonia interna" e del "prigioniero politico", ha trovato risonanza in Europa e in Italia, agendo come una potente lente critica per una parte della sinistra rivoluzionaria. In particolare, il suo lascito è filtrato nei dibattiti della sinistra extraparlamentare italiana del secolo scorso, fornendo ispirazione per l'analisi e la prassi di gruppi come i Nuclei Armati Proletari (NAP), che hanno cercato di applicare l'idea della "colonia interna" e della guerriglia urbana al contesto delle carceri e dei margini sociali italiani.
Questa influenza si è manifestata come un'ispirazione ideologica e pratica per comprendere e radicalizzare la lotta di classe nel contesto occidentale. Il libro di Pasquale Abatangelo, guerrigliero dei NAP prima e poi militante delle Brigate Rosse, "Correvo pensando ad Anna", così come il docu-film basato sul libro, ne dà ampiamente conto.
È qui che l'esperienza afro-statunitense è diventata un modello analitico: se gli afrodiscendenti erano la "colonia interna" degli USA, i gruppi emarginati d'Europa – il proletariato urbano extralegale, i carcerati, i disoccupati del Sud – potevano essere letti come la "colonia interna" dello Stato borghese italiano. L'analisi del razzismo e del colonialismo è stata in parte rielaborata come analisi dell'oppressione di classe subita dagli strati più bassi del proletariato.
Oggi, di fronte all'avanzata del neoliberismo selvaggio e alla repressione di carattere globale, l'urgenza dell'antimperialismo di Malcolm X non è diminuita. La sua analisi sulla colonizzazione interna acquista oggi nuova vigenza. Gli stati capitalisti hanno trasformato i migranti del Sud globale in un esercito industriale di riserva permanente, privato di diritti e sottoposto a nuove forme di schiavitù.
Non si tratta solo di sfruttamento economico, ma di una strategia politica di segmentazione del mercato del lavoro: il sistema utilizza la condizione di illegalità o precarietà del migrante per abbassare i salari generali e, fondamentalmente, per fratturare l'unità della classe operaia. Alimentando la competizione e l'odio tra i penultimi e gli ultimi della catena produttiva, la borghesia riesce a far sì che la rabbia sociale si diriga orizzontalmente verso l'oppresso e non verticalmente verso il capitale, garantendo così la riproduzione del sistema attraverso la divisione della nostra classe.
Partire da Malcolm X, dal suo appello all'unità dei popoli oppressi, anche al di fuori del contesto statunitense, significa accettare la sfida di una lotta che non è nazionale, ma di classe globale, e che deve affrontare il potere imperialista ovunque si manifesti. La lotta continua, e la voce di Malcolm X rimane una guida indispensabile per tutti coloro che credono in un mondo liberato dall'oppressione e dallo sfruttamento. Il suo spirito, come quello di Frantz Fanon e Patrice Lumumba, rivive nelle lotte anticolonialiste di nuove avanguardie, che oggi rispondono all'appello dell'Internazionale Antifascista lanciato dal Venezuela bolivariano, che rinnova il suo sogno e la resistenza antimperialista nel mondo.

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