Nell'Italia che vorrei...

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Nell’Italia che vorrei, i Governi punterebbero sul miglioramento della domanda interna e non sul mercantilismo deflazionista.
 
Nell’Italia che vorrei, i Governi perseguirebbero la piena occupazione e non la stabilità dei prezzi.
 
Nell’Italia che vorrei, lo Stato impedirebbe la competizione al ribasso tra lavoratori.
 
Nell’Italia che vorrei, i datori di lavoro competerebbero tra loro per offrire ai propri dipendenti le migliori condizioni di lavoro possibili.
 
Nell’Italia che vorrei, lo Stato si occuperebbe di tutti i monopoli naturali e dei settori strategici per difendere l’interesse nazionale e dei propri cittadini.
 
Nell’Italia che vorrei, lo Stato investirebbe nella scuola perché il benessere del Paese inizia da lì.
 
Nell’Italia che vorrei, 250.000 giovani non sarebbero più costretti a fuggire all’estero ogni anno in cerca di lavoro e salari dignitosi.
 
Nell’Italia che vorrei, i Governi non accetterebbero interferenze esterne, manterrebbero buoni rapporti con gli altri Paesi senza essere sudditi di qualcuno.
 
Nell’Italia che vorrei, i poveri anziché triplicare in 20 anni, diminuirebbero costantemente.
 
Nell’Italia che vorrei, la tassazione sarebbe veramente progressiva e le imposte regressive, come l’IVA, verrebbero abolite.
 
Nell’Italia che vorrei, la Banca Centrale dipenderebbe dal Tesoro emettendo moneta senza necessitare di titoli di Stato in cambio.
 
Nell’Italia che vorrei, la tutela dei salari prevarrebbe sulla tutela della rendita.
 
Nell’Italia che vorrei, le banche commerciali sarebbero divise da quelle per affari.
 
Nell’Italia che vorrei, finanza e mercati sarebbero fortemente regolamentati.
 
Nell’Italia che vorrei, i Governi investirebbero miliardi per lo sviluppo del Sud Italia perché ne gioverebbe l’intero Paese.
 
Nell’Italia che vorrei, autostrade e reti ferroviarie sarebbero equamente distribuiti sull’intero territorio nazionale.
 
Nell’Italia che vorrei, lo Stato investirebbe nel SSN anziché ucciderlo lentamente a colpi di tagli (di ospedali, di medici, di infermieri e di posti letto).
 
Nell’Italia che vorrei, lo Stato sarebbe il primo finanziatore in sviluppo e ricerca.
 
Nell’Italia che vorrei, si tornerebbe a produrre tutto quello che è possibile sul territorio nazionale per diminuire drasticamente la dipendenza da altri Paesi.
 
Nell’Italia che vorrei, le politiche di transizione volte a diminuire l’impatto sull’ambiente sarebbero a carico dello Stato, non di imprese e cittadini.
 
Nell’Italia che vorrei, PMI, negozi e artigiani tornerebbero a fiorire perché glielo consentirebbe il contesto economico nazionale.
 
Nell’Italia che vorrei, le tasse servirebbero a ridistribuire la ricchezza, non a finanziare lo Stato.
 
Nell’Italia che vorrei, la riqualificazione urbana perseguirebbe il bello e la vivibilità, iniziando dalle periferie.
 
Nell’Italia che vorrei, le disuguaglianze diminuirebbero costantemente nel tempo anziché tornare ai livelli di fine 800.
 
Nell’Italia che vorrei, la natalità tornerebbe a crescere perché gli orari di lavoro sarebbero minori, il lavoro stabile e i salari più che dignitosi.
 
Nell’Italia che vorrei, la manutenzione dei servizi fondamentali (rete idrica, rete elettrica, rete autostradale, ecc.) sarebbe costante perché uno Stato non si gestisce come un’azienda che mette al primo posto gli utili.
 
Nell’Italia che vorrei, i Governi si impegnerebbero a rimuovere gli “ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
 
Nell’Italia che vorrei, in Parlamento siederebbero grandi patrioti e non traditori, venduti e ciarlatani.
 
Nell’Italia che vorrei, gli italiani si vedrebbero innanzitutto come cittadini e non come consumatori.
 
Nell’Italia che vorrei, i cittadini tornerebbero a essere orgogliosi di essere nati nel Belpaese.
 
L’Italia che vorrei esiste. Sta scritta nella nostra Costituzione e si trova fuori dall’Unione Europea, dall’Eurozona e dalla NATO.
 
Per l’Italia che vorrei, varrebbe la pena lottare mettendo tutto quello che si ha in gioco. Anche la propria vita.
 
Nell’Italia che vorrei, ci possiamo arrivare. Lottando insieme.

Gilberto Trombetta

Gilberto Trombetta

43 anni, giornalista politico economico e candidato Sindaco di Roma con la lista Riconquistare l'Italia del Fronte Sovranista Italiano

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