Per quanto tempo ancora potremo andare avanti così?

Su entrambe le sponde dell'Atlantico, i bisogni della maggior parte dei cittadini non vengono soddisfatti

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L'economia è nota come la scienza triste, e negli ultimi cinque anni ha decisamente confermato questa definizione. Con questa premessa Joseph Stiglitz in sostiene come il Pil reale pro capite (al netto dell'inflazione) in Francia, Grecia, Italia, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti è inferiore rispetto a prima della grande recessione; mentre in Grecia si è ridotto di quasi il 25% dal 2008. La svolta sotto la guida del primo ministro Shinzo Abe è un'eccezione, ma, avendo il paese un retaggio di deflazione che risale agli anni '90, la strada da percorrere sarà lunga. 
 
La disoccupazione nell'eurozona resta enorme e quella di lunga durata negli Stati Uniti è ancora di gran lunga superiore ai livelli pre-recessione. In Europa, la crescita sembra destinata a riprendere quest'anno, sebbene a un ritmo piuttosto debole, con il Fondo monetario internazionale, le cui previsioni si sono rivelate storicamente troppo ottimistiche, che prevede un incremento annuo della produzione pari all'1%.
 
Con i leader europei votati all'austerità e incapaci di riformare un sistema al collassa, prosegue il premio Nobel all'economia, le prospettive del continente appaiano desolanti. Dall'altra parte dell'Atlantico, però, vi è motivo di pacato ottimismo. I dati riveduti degli Stati Uniti indicano che il Pil reale è cresciuto a un ritmo annuo del 4,1% nel terzo trimestre 2013, mentre il tasso di disoccupazione ha finalmente raggiunto il 7% a novembre, il livello più basso degli ultimi cinque anni. Lo sviluppo di vaste riserve di gas di scisto ha spinto l'America verso l’agognato obiettivo d'indipendenza energetica e ha fatto scendere i prezzi del gas ai minimi storici, contribuendo al primo barlume di rinascita produttiva. E un settore high-tech in piena espansione è diventato l'invidia del resto del mondo. È possibile, anzi probabile, che la crescita statunitense nel 2014 sarà abbastanza rapida da creare più posti di lavoro rispetto al numero di persone che faranno il loro primo ingresso nel mondo del lavoro.
 
Ma, sottolinea Stiglitz, una quota sproporzionata dei posti di lavoro creati oggi sono a bassa retribuzione, e lo sono a tal punto che i redditi mediani continuano a diminuire. Per la maggior parte degli americani non c'è alcuna ripresa, poiché il 95% dei guadagni finisce nelle tasche dei più abbienti, che rappresentano l’1% della popolazione. Il nuovo problema dell'America è, inoltre, la disoccupazione di lunga durata, che riguarda quasi il 40% delle persone senza lavoro, aggravata da uno dei sistemi di Welfare più poveri per i paesi avanzati, con sussidi che di norma scadono dopo 26 settimane. All'inizio del 2014, grazie al Congresso repubblicano, i circa 1,3 milioni di americani che hanno perso l'indennità di disoccupazione alla fine di dicembre si sono ritrovati a contare solo su se stessi. 
 
 Niente di tutto questo è inevitabile. La situazione attuale è il risultato di una cattiva politica economica e di una politica sociale peggiore, che spreca la risorsa più preziosa del paese – il suo talento umano – e causa immense sofferenze alle persone colpite e alle loro famiglie. Loro vogliono lavorare, ma il sistema economico degli Stati Uniti li scoraggia.
Pertanto, con il “grande malessere” dell’Europa che incombe sul 2014 e la ripresa degli Stati Uniti che favorisce solo i più ricchi, Stiglitz conclude che si sente triste su entrambe le sponde dell'Atlantico, le economie di mercato non riescono a soddisfare i bisogni della maggior parte dei loro cittadini. Per quanto tempo ancora potremo andare avanti così?

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