Perché bisogna eliminare le sanzioni contro il Myanmar

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Perché bisogna eliminare le sanzioni contro il Myanmar

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Stiglitz in Burma’s Turn, rubrica del 6 marzo per Project Syindicate, plaude il processo di cambiamento democratico in atto in Myanmar e chiede alla comunità internazionale di eliminare le sanzioni economiche contro il paese. 
In un paese dominato da mezzo secolo di rigida dittatura militare, una nuova leadership ha compiuto riforme inammiginabili in un tempo relativamente breve. Il momento di svolta: le elezioni governative del novembre 2010. In molti temevano la solita farsa referendaria orchestrata dall'esercito, invece il governo del nuovo presidente Thein Sein ha accolto le principali aspirazioni e preoccupazioni dei suoi cittadini. Ed in meno di un anno e mezzo ha compiuto una storica apertura politica ed economica: il premio nobel Daw Aung San Suu Kyi non solo è stata rilasciata, ma è in piena campagna elettorale per le elezioni parlamentari di metà aprile; progressi di pace con le minoranza in conflitto sono stati compiuti; e, sul fronte economico, è stata introdotta una nuova legislazione per la trasparenza del bilancio pubblico, le spese per l'educazione e la sanità sono state raddoppiate e le restrizioni alla libera circolazione allentate.
Lo stesso Stiglitz racconta di esser stato protagonista del cambiamento. In una conferenza tenuta in Myanmar nel dicembre del 2009, ricorda come i principali problemi del paese - povertà, la mancanza di produttività nelle zone rurali e assenza di lavoro qualificato – potessero essere trattati solo in modo cauto per non irridire il regime. Al contrario, in una recente conferenza organizzata dal principale economista birmano, U Myint, Stiglitz sottolinea come la cautela sia stata rimpiazzata da un senso di urgenza nell'affrontare queste sfide determinanti per il paese. Non solo, ma all'evento hanno potuto partecipare due accademici costretti all'esilio politico negli anni '60.
Il dibattito su cosa abbia spinto il regime a questo improvviso cambiamento è aperto. Secondo alcuni analisti, i leader birmani hanno compreso che il paese, un tempo il principale esportatore di riso del mondo, dovesse seguire l'esempio dei suoi vicini asiatici che progrediscono a ritmi altissimi con economie orientate all'export. Secondo altri, i militari hanno ascoltato il messaggio della primavera araba e compreso che con più di tre milioni di birmani che vivono all'estero, è impossibile isolare il paese dal resto del mondo. Qualunque sia la ragione, sottolinea Stiglitz, il cambiamento è in corso e rappresenta un'opportunità da non perdere. La comunità internazionale deve eleiminare le sanzioni, che ostacolano il processo di riforma in atto. Da un lato, quelle finanziarie impediscono lo sviluppo di un sistema bancario moderno, trasparente e integrato con il resto del mondo. D'altro lato, le restrizioni imposte alle industrie nazionali ostacolano lo sviluppo di legami commerciali con i paesi sviluppati. Prima di imporre sanzioni, bisognerebbe valutare con cura su chi ricada il peso, dato che spesso i governanti e gli uomini d'affari riescono ad aggirare le restrizioni. Aprendo il commercio nel settore agricolo o tessile, ad esempio, ne beneficierebbero i contadini poveri del paese, che costituiscono circa il 70% della popolazione, oltre a creare nuove possibilità di lavoro. 
Al contrario, conclude, Stiglitz si dovrebbe accogliere il desiderio di collaborazione con le istituzioni internazionali da parte del Myanmar, tra i paesi con il minor tasso di aiuti allo sviluppo. La transizione nel paese non ha avuto il clamore della primavera araba, ma non per questo non merita un supporto internazionale.

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