Pignatti: “L’Europa si eserciti in accoglienza e disarmo, non alla guerra”

La presidente di “Un Ponte Per” sulle prove militari della NATO in Europa

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Pignatti: “L’Europa si eserciti in accoglienza e disarmo, non alla guerra”

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Di Francesca Morandi   
 
“L’Europa si deve esercitare nell’accoglienza dei migranti in fuga dalla guerra, non nelle esercitazioni militari come la ‘Trident Juncture 2015’ della NATO, che la guerra la preparano”. Lo afferma Martina Pignatti Morano, presidente della ong “Un Ponte Per” ( www.unponteper.it) in merito a quella che è stata definita dal Dipartimento europeo dell’Esercito americano  “la più grande esercitazione Nato dalla caduta del Muro di Berlino” che, dal 3 ottobre al 6 novembre ha previsto esercitazioni militari anche in Italia, Spagna e Portogallo, con il coinvolgimento di 36 mila uomini, oltre 60 navi e 200 aerei da guerra di 33 Stati (28 Nato più 5 alleati). Secondo Morano “di fronte alle stragi nel Mediterraneo di uomini e donne in fuga dalla guerra, costruita negli anni anche dalle stesse potenze che oggi si lamentano dell’ondata migratoria, stiamo dando risposte sbagliate, come testare armi e strategie per mettere in atto nuovi interventi militari a Est e nel Sud del mondo, che rischiano di trascinarci in un nuovo conflitto globale”.
 
“L’Italia spende circa 80 milioni al giorno in spese militari, mentre il fondo predisposto dalle Nazioni Unite per far fronte all’emergenza umanitaria in Iraq e in Siria è oggi finanziato per meno del 50% - dice ancora la presidente di “Un Ponte Per” -. Non capiamo perché di fronte alle necessità essenziali di milioni di persone, gli Stati si possono permettere di spendere soldi in esercitazioni delle forze armate e investono oggi su una pratica, quella dell’attacco aereo, che è stata decretata come fallimentare dallo stesso establishment militare, in Afghanistan come in Siria. Le lobby militari continuano a vincere sulla politica. Su questo fronte, lavoriamo facendo campagne di trasparenza relative ai traffici di armi nei quali è coinvolta anche l’Italia. Ricordiamo che nel nostro Paese esiste una legge che è la n.185 del 9 luglio 1990, che proibisce al nostro governo di esportare armi verso Stati che violano i diritti umani e l’articolo 11 della nostra Costituzione (“L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, ndr”). La nostra legge prevede che il presidente del Consiglio faccia una relazione davanti al Parlamento dalla quale si evinca quali sono le esportazioni italiane di armamenti, e invece questa relazione è sempre meno trasparente”. 
 
“Lo scorso luglio è stata fatta un’interrogazione parlamentare che ha denunciato realtà pesantissime – sottolinea ancora Martina Pignatti Morano -: si è anche dimostrato che armi italiane vendute all’Arabia Saudita sono state usate contro la popolazione civile in Yemen.  Inoltre, mezzi autoblindati Puma venduti dall’Italia come contributo alla rinascita dello Stato libico nel 2013 dopo la caduta di Gheddafi, sono finiti in mano alle Brigate di Tripoli, espressione dei partiti fondamentalisti, che le hanno modificate con sistemi anti-missilistici, in grado di abbattere aerei.  Tutto questo senza dimenticare che esistono armi ancor più pericolose, quelle nucleari, presenti anche in Italia”.  
 
“Sono infatti ubicate nelle basi della Nato di Ghedi e Aviavo, ordigni nucleari di nuova generazione, che hanno una potenza quattro volte superiore alla bomba sganciata su Hiroshima. Con la Rete Italiana  Disarmo (www.disarmo.org) e la campagna internazionale per la messa al bando delle armi nucleari abbiamo chiesto al governo italiano di rinunciare all’acquisizione di F-35, progettati per avere capacità nucleare e di aderire alla “Solenne promessa” firmata dall’Austria e altri 164 Stati, di lavorare a un Trattato di abolizione totale delle armi nucleari firmato a Vienna da 114 Stati.  Siamo in attesa di risposta”. 

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