Polonia, Russofobia e persecuzione del Partito comunista vanno di pari passo

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Polonia, Russofobia e persecuzione del Partito comunista vanno di pari passo

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di Mauro Gemma per Marx21.it


Sono state flebili le voci delle forze democratiche e antifasciste (con la significativa eccezione di quelle del movimento comunista internazionale) che si sono levate per denunciare e mettere un freno efficace all’attuale corso politico nella Polonia governata da forze conservatrici e reazionarie.


Va rilevato che sono stati i comunisti polacchi, in prima fila nell’opposizione a un governo che tanta parte ha avuto anche nella stesura del vergognoso documento licenziato dal Parlamento Europeo che mette sullo stesso piano il fascismo e il comunismo, le principali vittime della repressione che mira a colpire la loro coraggiosa voce di dissenso. 



I compagni del Partito Comunista della Polonia sono stati oggetto di un’inaccettabile persecuzione, di procedimenti penali con la richiesta di condanne a pesanti pene detentive, di limitazioni alla libertà dei loro organi di stampa. Ciò rientra nell’ambito delle misure adottate da oltre un decennio, dopo la sanzione dell’illegalità dei simboli e dell’ideologia comunista.


Ma l’attacco reazionario alle libertà democratiche non ha colpito solo i comunisti, ma si è indirizzato contro tutti coloro che hanno elevato la loro protesta contro le posizioni assunte, in materia di diritti delle donne - con la parziale liquidazione delle conquiste raggiunte ai tempi del socialismo -, in merito al comportamento autenticamente razzista assunto nei confronti dell’immigrazione, ai tentativi di controllare la giustizia e ledere l’autonomia dei suoi organi e di limitare la libertà di stampa. Limitazioni serie del dissenso hanno riguardato così anche militanti delle organizzazioni femministe, pacifiste e genericamente democratiche, e tutti coloro che si oppongono all’orientamento violentemente russofobico delle autorità di Varsavia che stanno procedendo, nel silenzio delle istituzioni europee, alla sistematica demolizione di tutti i monumenti e i simboli della liberazione del paese da parte dell’Armata Rossa nel corso della Seconda Guerra Mondiale, che ha comportato il sacrificio di 600.000 soldati sovietici.


E’ in questo contesto (nell’indifferenza della gran parte dei governi e dell’opinione pubblica del nostro continente) che la Polonia attua una politica internazionale di piena subalternità alla scalata aggressiva dell’imperialismo, in particolare quello statunitense, nei confronti della Federazione Russa, in preparazione di azioni che completino l’accerchiamento e l’isolamento della grande potenza eurasiatica, favorendone, se possibile, la destabilizzazione.


E’ di questi giorni la conferma dell’imminente svolgimento di esercitazioni militari congiunte Stati Uniti-Polonia: le forze armate statunitensi hanno annunciato la parziale ripresa delle manovre militari in Europa, sospese a causa della pandemia di COVID-19.


L'esercizio "Allied Spirit", con truppe polacche e statunitensi, precedentemente programmate per maggio, mobiliterà, nonostante l’imperversare della pandemia, dal 5 al 19 giugno, 6000 soldati di entrambi i paesi (2.000 polacchi) nella base militare di Drawsko Pomorskie, nella Polonia settentrionale.


I 4000 soldati americani coinvolti erano già stati inviati in Europa per partecipare all'esercizio “Defender - Europe 20”, che si preannunciava come il più grande coinvolgimento militare degli Stati Uniti in Europa negli ultimi 25 anni, ma COVID-19 ha costretto il Pentagono a sospendere questa iniziativa militare su scala globale, a cui anche l’Italia aveva offerto supporto logistico, consentendo lo sbarco nei suoi porti dei mezzi militari impegnati nella provocatoria operazione.

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