Quando un paese debole adotta una valuta forte... Alberto Bagnai

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Non troverete spiegazione migliore su quello che significa per un paese debole ancorare la propria moneta ad un paese forte di quest'articolo.
 
Quando un paese debole adotta una valuta forte, diventa un mercato di sbocco per i propri vicini più forti. Il potere d'acquisto che la valuta forte attribuisce ai cittadini del paese debole non può, per definizione, rivolgersi interamente ai prodotti nazionali (se il paese avesse una base industriale sufficiente, non sarebbe debole, ma forte). Fatalmente, quindi, questo potere d'acquisto si rivolge ai prodotti dei vicini più industrializzati. Importandoli, il paese debole manda in deficit la sua bilancia dei pagamenti. Perciò, quando si stringe un'unione monetaria, è indispensabile negoziare bene la forza della futura moneta comune. In uno dei suoi ultimi saggi, il professor Paolo Savona argomenta con Giovanni Farese che l'arretratezza del Mezzogiorno dipende anche dall'avere subito per tre volte un aggancio monetario fatto a immagine e somiglianza del Nord: con l'Unità (adottando la lira del Nord); dopo la Seconda Guerra Mondiale (con l'ingresso nel sistema di cambi fissi di Bretton Woods); e, infine, con l'ingresso nell'euro.
In queste occasioni la valuta comune (italiana, mondiale - tramite l'aggancio col dollaro - o europea) si sarebbe rivelata troppo forte per il Meridione, favorendone la persistenza in uno stato di arretratezza. Per molti anni a questa situazione si è ovviato con quella che Savona chiama la politica della pentola bucata: trasferimenti dal Nord al Sud, come in ogni unione monetaria non ottimale. Ma ora che la forza dell'euro sta schiacciando anche il Nord, ora che Milano ladrona ha capito che Berlino non perdona, i trasferimenti non sono più sostenibili. L'allarme del Centro Studi Confindustria, secondo il quale dal gennaio di quest'anno al Sud hanno chiuso in media 24 imprese all'ora, dipende anche da un aggancio monetario doppiamente errato: troppo forte per il Mezzogiorno all'interno dell'Italia, e per l'Italia all'interno dell'Europa. Auspichiamo che, dopo la denuncia, Confindustria trovi il modo di venire a patti con la realtà, avviando una riflessione serena sul problema.

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