Renzismo 2.0: "E' meglio fare degli errori che stare nella palude".

Dopo l'epurazione di deputati dem della minoranza, inizia una nuova fase per il premier

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di Augusto Rubei
 
Domenica, parlando a Mantova, per la prima volta dall'inizio della legislatura, Matteo Renzi si era quasi concesso alle sue debolezze. Chiuse le dottrine di Nietzsche in un cassetto, aveva messo da parte il superomismo e ammesso che il governo non ha la "verità in tasca", ma è meglio "fare degli errori" che "stare nella palude".
 
Non proprio parole rassicuranti. Come a dire “hanno sbagliato tutti, posso sbagliare pure io”. Vero, ma non è quello che ci si aspetterebbe da un premier sceso in campo come uno scudiero e trasformatosi in un tiragliatore napoleonico nel giro di pochi mesi, mandato poi al martirio dal suo stesso ego.
 
Il paradosso dei paradossi oggi lo vuole sulla graticola proprio insieme ai nemici di sempre, vale a dire l’ala minoritaria del suo partito, quelli che alla rottamazione non ci hanno mai creduto. Quelli che l’Aventino oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.
 
L’ultima stoccata Renzi gliel’ha lanciata ieri, quando in commissione Affari costituzionali ha scelto di azzerare la discussione sulla legge elettorale, sostituendo – riferiscono i giornali, anche se sarebbe più corretto scrivere “epurando” – 10 deputati dem della minoranza per non consentire modifiche al testo dell'Italicum.
 
Un atto d’imperio, dopo che nei giorni scorsi non si era fatto poi tanti problemi a dire ai suoi che il futuro del governo si giocava sull'approvazione della riforma elettorale così com'è stata licenziata dall'aula del Senato, senza ulteriori modifiche. In un solo colpo ha mandato a spasso gli eretici. Giusto il tempo di portare a casa il bottino, salvo poi ripiazzarli ai loro posti.
 
C’è chi dice si tratti di una strategia studiata ad hoc per far saltare il banco, tornare alle urne nonostante la clausola di salvaguardia e prendersi la legittimità popolare in un momento in cui i numeri, nonostante le continue prove muscolari, gli danno pesantemente torto. Insomma, un all-in in piena regola, ma a carte scoperte. Ed è questo che il mini-premier non ha considerato.
 
Semmai l’Italicum dovesse arenarsi alla Camera, Renzi, nolente, sarà infatti obbligato a confrontarsi con la minoranza del suo partito. Mettere la fiducia al testo - come si vocifera in questi giorni a Palazzo - contribuirà però a portare a casa un risultato balordo. Si tratterebbe di uno strappo che ha un solo precedente nella nostra tradizione repubblicana, la Legge truffa del 1953, e già allora il colpo non fu di buon auspicio per la Dc. Historia magistra vitae.

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