Sarebbe una "disgrazia" l'uscita del Regno Unito dal programma Erasmus?

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Sarebbe una "disgrazia" l'uscita del Regno Unito dal programma Erasmus?

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Di Andrea Zhok

Ho appena sentito un dirigente del consorzio interuniversitario Almalaurea dire che l'uscita del Regno Unito dal programma Erasmus sarebbe una disgrazia, in quanto l'Erasmus sarebbe l'antidoto verso iniziative improvvide come la Brexit. 

Infatti, secondo il medesimo, andare in Erasmus crea "cittadini del mondo", che "vivono in un mondo senza barriere".

Questo commento, che se non provenisse da una voce tanto autorevole sarebbe toccante per la sua ingenuità, mette insieme - come al solito - un sacco di questioni diverse, contribuendo alla generale confusione.

Andando per ordine.

1) Non è vero che il Regno Unito abbia abbandonato il programma Erasmus, come ha tenuto a dire immediatamente il sottosegretario britannico alla Ricerca, Chris Skidmore: semplicemente si tratterà di ricontrattarlo come un'intesa separata. 
- Ovviamente, siccome il punto che interessa segnare alla maggior parte delle testate consiste nel propagandare i mali della Brexit, la notizia è stata intenzionalmente travisata.

2) La sistematica e intenzionale confusione tra Europa e Unione Europea ha francamente mantecato gli zebedei. Il Regno Unito non se ne è scappato in Nuova Zelanda. Aveva intensi scambi culturali e commerciali con il continente prima del 1992, e continuerà ad averne dopo il 2021. E questo per la semplice, fondamentale ragione che è interesse di tutti che così sia. Quello che cambierà per il Regno Unito sarà l'abbandono di un sistema normativo esterno in materia di transazioni finanziarie, e di spostamenti di persone e merci. Se questo porterà più vantaggi o più svantaggi ai britannici lo vedremo, ma soltanto persone in perfetta malafede potrebbero dire di saperlo in anticipo. 
- L'Europa non è stata inventata nel 1992. In quell'anno è stato semplicemente firmato un trattato internazionale, su linee neoliberali, che produce danni per molti e vantaggi per pochi, ma i cui meccanismi da tonnara (o da 'gestore telefonico') rendono costoso l'abbandono una volta che vi si sia entrati.

3) Viaggiare e conoscere altre realtà europee, come aiuta a fare anche l'Erasmus, è qualcosa di assai raccomandabile per chiunque, a maggior ragione se giovane.

Ma questa raccomandabilità non è dovuta al fatto di creare "cittadini del mondo", che o è mero flatus vocis, o nomina l'alta borghesia dei giramondo da Grand-Hotel con cui ben pochi possono identificarsi.

E non è neppure dovuta al creare un "mondo senza barriere", perché le barriere esistono e continueranno ad esistere, in quanto non sono arbitrarie invenzioni estetiche, ma ricoprono da alcuni millenni essenziali funzioni nell'amministrazione delle leggi e nel governo dei popoli. 

Viaggiare e conoscere altri paesi in modo non fuggevole è importante innanzitutto perché evita di cadere in quelle mitizzazioni esterofile di cui in Italia, dal Sordi di "Un Americano a Roma" al peracottaro di Rignano sull'Arno, siamo spesso vittime. 

Conoscere un po' meglio il mondo può aiutare a mitigare quel provincialismo da parvenu che vediamo ovunque nell'infarcitura ad mentulam canis di inglesismi (la 'vaselina dei popoli' l'ha chiamata un collega) e nelle mitologie dell'"internazionalizzazione".

Permanendo un po' all'estero si scoprono non solo i limiti del proprio paese natio (spesso intuiti ben prima di alcun confronto), ma si scoprono anche quelli degli altri, pervenendo ad una visione più sana e realistica del mondo. 

E così facendo si può scoprire di apprezzare le specificità altrui senza perciò desiderare di sostituirle alle proprie. E questa è la base per imparare il rispetto degli altri popoli come del proprio, chiedendo pari rispetto.

Tutto ciò non produrrà cosmopoliti da MacDonald (o da Hilton), né sardine no border, ma, con un po' di fortuna, cittadini capaci di scommettere sulle possibilità della terra in cui sono nati e cresciuti.

*Andrea Zhok è professore di filosofia morale all'Università di Milano

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