SOVRANISMI NEOLIBERALI” E “SOVRANISMI SOCIALI” (di Andrea Zhok)

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SOVRANISMI NEOLIBERALI” E “SOVRANISMI SOCIALI” (di Andrea Zhok)

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di Andrea Zhok*

Esiste una tradizione di contenimento dello scontento popolare attraverso manovre di “gate-keeping”.

Quando un paese a sovranità limitata, come l’Italia, perde colpi, la gente rumoreggia.

A questo punto saltano fuori, come è naturale che sia, movimenti politici che rivendicano dignità ed autodeterminazione, come mezzi per uscire dall’impasse.

Questi movimenti “sovranisti” possono avere profili molto diversi, che corrispondono in buona sostanza a due forme di rivendicazione di sovranità, afferenti rispettivamente allo stato neoliberale e allo stato sociale.

Il “sovranista neoliberale” ha di solito tratti euroscettici, ostili ad alcuni degli effetti della globalizzazione come le migrazioni e il multiculturalismo, con roboanti rivendicazioni conservatrici e tradizionaliste (alla religione nazionale, ai costumi degli avi). È tuttavia curiosamente evasivo sulle questioni economiche, dove si limita a ribadire un modello liberale idealizzato (i piccoli proprietari) e tace integralmente su come (o se) affrontare il Moloch delle asimmetrie di potere reddituale: si affida alle virtù della concorrenza (ma naturalmente una concorrenza “buona”, “leale”). Anche sul piano dei rapporti con il potentato transatlantico (USA+Israele) il “sovranista” neoliberale è di solito taciturno. Si rivendica uno “stato forte” nello specifico senso neoliberale: forte militarmente, forte nel settore della sicurezza, forte nelle gestualità di orgoglio nazionale, ma assenteista e latitante sul piano sociale.

Il “sovranista sociale” ha anch’esso posizioni euroscettiche, che però si estendono ai rapporti internazionali, alla Nato, agli USA. È critico verso l’intero pacchetto delle “libertà di movimento” (capitali, merci, forza lavoro), ma predilige una lettura sociale dei processi migratori (l’“esercito industriale di riserva”) rispetto a quella etnica. Non utilizza la leva simbolica del conservatorismo e del tradizionalismo, ma preferisce formulazioni che accentuano il comunitarismo. Sulle questioni economiche è fortemente favorevole all’esistenza di un robusto stato sociale con rilevante attività redistributiva, e di un ruolo dello stato nell’industria. Rifugge i toni nazionalisti.

Questi due ritratti corrispondono, a grandi linee ai due partiti tedeschi di cui si parla molto in questi giorni, AfD e BSW rispettivamente.

Ciò che è interessante notare è il divario di consensi tra AfD e BSW, ma più in generale tra i “sovranismi neoliberali” e i “sovranismi sociali” in Europa. In Germania il rapporto è quasi di 10 a 1. Questo fa pensare. Com’è possibile che posizioni affini, ma differenziate soprattutto sulle diseguaglianze sociali e sull’attacco agli interessi del grande capitale abbiano un seguito così diverso?

Noto di passaggio che questa dicotomia politica tra “sovranismi neoliberali” e “sovranismi sociali” è presente in tutti i paesi europei, ma praticamente – con rare eccezioni – solo i primi sono arrivati all’attenzione del grande pubblico e a qualche successo elttorale.

Come mai?

Ecco, credo che la ragione sia tanto sgradevole da sentire, quanto facile da capire.

In molti si affaticano a ricercarne le ragioni in questo o quell’errore di comunicazione, questa o quella incongruenza, questo o quel passo falso. Ma se guardiamo, per dire, le rispettive storie di AfD e BSW vediamo che ci sono stati errori di comunicazione, incongruenze e passi falsi da entrambe le parti.

Tuttavia i primi ne hanno patito le conseguenze molto meno dei secondi.

Di nuovo, come mai?
 
Qui la risposta è, credo, elementare.

I “sovranismi neoliberali” si prestano (che lo facciano intenzionalmente o meno è irrilevante) ad essere perfetti “gate-keeper”: raccolgono il dissenso e il disagio reale della gente e lo convertono in agende del tutto innocue sul piano dei rapporti reali di forza. Non toccano una virgola delle distribuzioni di potere, delle diseguaglianze economiche, dei rapporti di subordinazione alle èlite internazionali. Fanno, ogni tanto, la faccia feroce ad uso delle telecamere su qualche ladro di galline, qualche islamista decerebrato, qualche caso di cronaca. Questo posizionamento è graditissimo a chi le leve del potere le detiene davvero, che perciò concede abbondante spazio mediatico (e spesso fondi cospicui) ai “sovranisti neoliberali”. La storia italiana della Lega di Salvini, di FdI della Meloni, e oggi di Vannacci è esattamente questa. Sono tutte forze il cui ruolo fondamentale nella politica italiana è stata ed è quella di instradare le richieste di autodeterminazione e sovranità popolare in direzioni che non disturbassero il manovratore.

I “sovranismi sociali” invece, non prestandosi a questo utilizzo, non possono diventare il “piano B” delle èlite finanziarie (il “piano A” sono partiti liberali classici, dalla CDU al PD). Perciò ottengono un trattamento mediatico (e finanziario) molto diverso, a partire dalla pura e semplice assenza di una copertura mediatica e di fondi per edificare alcunché.

Mi piace concludere con una piccola riflessione di lungo periodo.

Chi pensi che questo meccanismo sia un'invenzione recente dovrebbe fare attenzione ad alcuni grandi, esemplari modelli storici.

La storia del movimento fascista è notoriamente caratterizzata da una partenza di impianto socialisteggiante, popolare e redistributivo (Manifesto dei Fasci di Combattimento del 1919) per trascolorare in un impianto economico simpatetico con i latifondisti e Confindustria. Questa “conversione sulla via di Damasco”, che fece passare da un partitello di 300 persone al governo del paese nell’arco di 3 anni, avvenne grazie ad un patto fondamentale che garantiva gli interessi degli agrari e della grande industria.

La storia del movimento nazionalsocialista è parimenti caratterizzato dalla svolta che porta all’appoggio del grande capitale tedesco in cambio della liquidazione dell’ala “sociale” del NASDAP di Ernst Röhm e dei fratelli Strasser (“Notte dei lunghi coltelli”, 1934).

Che poi quei “gate-keeper” del ventennio si siano dimostrati inaffidabili, e in parte controproducenti, per la stessa mano che inizialmente li aveva nutriti non è necessariamente una lezione consolatoria.

Andrea Zhok

Andrea Zhok

Professore di Filosofia Morale all'Università di Milano

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