Tokyo: amnesia storica e nuovo militarismo
di Fabio Massimo Parenti - CGTN
A oltre ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, il Giappone sta attraversando una delle più significative trasformazioni della propria politica di sicurezza. Una trasformazione materiale molto marcata che riguarda la propria postura militare. Ciò è considerato inaccettabile per i popoli che subirono, in forme e misure diverse, l’occupazione e l’aggressione giapponese – Cina, Corea, Singapore e altre società asiatiche – e dovrebbe esserlo (inaccettabile) anche per noi in Occidente. Dato che il Giappone, nel suo asse con Roma e Berlino, è stato tra i principali responsabili delle enormi perdite umane della Seconda guerra mondiale.
Viene naturale chiedersi: come può un Paese che ha conosciuto - e inflitto - le tragedie del militarismo conciliare l’attuale proiezione militare con le lezioni della propria storia? Le tendenze del neo-militarismo giapponese sono infatti accompagnate da un disconoscimento delle responsabilità del passato. Solo per fare un esempio, il 15 agosto scorso, nell’81° anniversario della resa del Giappone, la premier Sanae Takaichi ha inviato un’offerta rituale al controverso santuario Yasukuni, che commemora tra i caduti giapponesi nell’ultima guerra anche quattordici criminali di guerra di classe A. In loco, si è recato invece il suo ministro della Difesa Shinjiro Koizumi.

Se a questo fatto aggiungiamo anche il revisionismo storico nipponico sui massacri compiuti dall’esercito giapponese, per molti in Asia la misura è colma. Il massacro di Nanchino, ad esempio, ampiamente documentato dalla letteratura storiografica, è stato declassato all’interno del Giappone a “incidente di Nanchino”. Insomma, revisionismo, amnesia storica, e nuovo militarismo si mescolano in un mix preoccupante ed inaccettabile per il mondo intero.
La nuova postura militare giapponese degli ultimi anni è inequivocabile. Sono gli stessi documenti ufficiali di Tokyo a fornire le evidenze più significative. Con il Defense Buildup Program, il Giappone ha programmato circa 43 trilioni di yen per il rafforzamento delle capacità di difesa nel periodo fiscale 2023-2027. L’obiettivo riguarda lo sviluppo di capacità che le precedenti generazioni di governi giapponesi avevano già iniziato a rafforzare, soprattutto sotto Shinzo Abe, ma che oggi vengono perseguite su scala e con modalità più avanzate, comprese armi stand-off a lungo raggio e vere e proprie capacità di contrattacco.
Parallelamente viene progressivamente allentato un altro dei vincoli ereditati dal dopoguerra: quello relativo alle esportazioni di armamenti. Il governo giapponese ha modificato i Three Principles on Transfer of Defense Equipment and Technology nel 2023 e nel 2024, intervenendo nuovamente e in maniera più significativa nell’aprile 2026. Tokyo descrive ormai esplicitamente il trasferimento di equipaggiamenti militari come uno strumento per rafforzare le capacità di deterrenza e di risposta degli alleati e dei cosiddetti like-minded countries.

Inoltre, il Giappone è diventato probabilmente il più avanzato tra i partner indo-pacifici della NATO. Il 29 maggio Tokyo ha formalizzato l’invio di quattro membri delle Forze di autodifesa presso il quartier generale della NATO Security Assistance and Training for Ukraine (NSATU) a Wiesbaden, in Germania. Si tratta del comando NATO che coordina la fornitura di equipaggiamenti militari e l’addestramento destinati alle forze ucraine.
Il dato è particolarmente significativo perché lo stesso Ministero della Difesa giapponese ha spiegato che questa partecipazione permetterà al proprio personale di acquisire lezioni dall’esperienza ucraina, comprese quelle relative alle nuove forme di guerra, rafforzando contemporaneamente la cooperazione Giappone-NATO sulla base del principio, ormai ricorrente, secondo cui la sicurezza euro-atlantica e quella indo-pacifica sarebbero inseparabili.
La stessa tendenza emerge dalla crescente rete di esercitazioni militari congiunte con i Paesi Nato, nonché partnership industriali della difesa sviluppate dal Giappone con alcuni importanti Paesi occidentali. Particolarmente significativo è il Global Combat Air Programme (GCAP) che coinvolge Giappone, Italia e Regno Unito. I tre Paesi stanno sviluppando congiuntamente un sistema aereo da combattimento di nuova generazione, il cui ingresso in servizio è previsto intorno al 2035. Nel luglio 2026, un nuovo contratto industriale trilaterale del valore di 4,6 miliardi di sterline ha segnato un ulteriore avanzamento del programma.

Considerata singolarmente, ciascuna di queste decisioni viene spiegata da Tokyo come risposta al deterioramento dell’ambiente di sicurezza regionale e internazionale, sebbene le tensioni esistenti non configurino di per sé una minaccia militare diretta al Giappone tale da rendere inevitabile l’attuale accelerazione del riarmo.
Il pacifismo del dopoguerra ha contribuito enormemente alla prosperità del Giappone e alla sua legittimazione internazionale. Il proprio cambio di postura può peggiorare il clima nella regione e generare svantaggi economico-politici notevoli. Le nuove spese militari si inseriscono, peraltro, in un quadro economico e finanziario già gravato da forti vincoli. Con un debito pubblico superiore al 200% del PIL, il Giappone deve oggi affrontare anche la progressiva normalizzazione dei tassi d'interesse, che sta facendo aumentare sensibilmente il costo del servizio del debito. L'espansione strutturale della spesa per la difesa interviene dunque proprio mentre si restringono i margini fiscali garantiti per decenni dal denaro a costo quasi nullo.
In questo contesto, le controversie sulla memoria storica toccano i nervi scoperti del presente: in Asia orientale, la storia è parte integrante del dilemma della sicurezza contemporanea.
Per ciò che concerne invece la questione specifica del Giappone, il punto sostanziale, alla base dell'assetto postbellico, è impedire che le capacità militari giapponesi evolvano verso nuove forme di militarizzazione e di proiezione offensiva, in contrasto con lo spirito pacifista su cui tale assetto è stato costruito. Gli ultimi eventi vanno purtroppo nella direzione contraria al buon senso e mostrano al mondo un Giappone pericolosamente irresponsabile.
*L'autore Fabio Massimo Parenti è professore associato di studi internazionali e Ph.D. in Geopolitica e Geoeconomia


