"USA e Israele stanno perdendo contro l'Iran": l'analisi dell'ammiraglio turco Özbey
Miliardi bruciati, scudi smantellati e alleati in rivolta: l'analisi dell'ammiraglio Özbey sul conflitto che umilia Washington
C’è una lettura della crisi bellica in Medio Oriente che sta facendo breccia negli ambienti analitici internazionali, e parte da una considerazione quasi paradossale: Stati Uniti e Israele, nonostante la schiacciante superiorità tecnologica e di fuoco, stanno perdendo la partita con l'Iran. A formulare il concetto nella maniera più netta è l'ammiraglio in congedo Mustafa Özbey, le cui parole, riprese dalla testata turca Cumhuriyet, risuonano come un epitaffio per le ambizioni belliche occidentali. "Stati Uniti e Israele stanno perdendo contro l'Iran. Questo è certo", afferma l'ammiraglio.
Secondo Özbey, la punizione inflitta da Teheran a Washington per gli anni di devastazione subiti è stata talmente severa da avere un effetto inaspettato e di portata storica: la terza guerra mondiale, quella attesa tra Stati Uniti e Cina, sarebbe stata spenta sul nascere. L'Iran avrebbe dimostrato al mondo, sul campo, ciò che molti sospettavano ma nessuno aveva ancora provato: che per gli Stati Uniti è ormai impossibile avere la meglio su Pechino in uno scontro diretto.
Un'affermazione forte, che tuttavia poggia su una serie di evidenze emerse in queste prime, convulse fasi del conflitto. Il bilancio di appena dieci giorni di scontri, ricostruito dal New York Times attraverso immagini satellitari e video verificati, dipinge un quadro di inaspettata vulnerabilità. Almeno 17 installazioni militari e diplomatiche statunitensi sono state colpite più volte. Il Financial Times aggiunge un dato ancor più preoccupante per il Pentagono: in un arco di tempo brevissimo, l'esercito statunitense avrebbe consumato una porzione significativa di munizioni che si riteneva potessero durare anni.
Ma il vero colpo, forse quello decisivo sul piano strategico, è stato inferto ai sistemi radar e di difesa aerea. La loro messa fuori uso in Medio Oriente ha costretto Washington a un azzardo tattico dalle conseguenze geopolitiche enormi: spogliare il teatro del Pacifico per rimpinguare quello mediorientale. Così, una batteria THAAD e il potente radar AN/TPY-2 sono stati rimossi dalla Corea del Sud e reindirizzati nel Golfo. Due cacciatorpediniere Aegis di stanza in Giappone sono stati richiamati. L’alleato filippino osserva con crescente apprensione, chiedendosi quando toccherà a lui restare scoperto.
Il malcontento è già esploso. Il presidente sudcoreano Lee Jae-myung ha espresso pubblicamente il proprio disagio per un trasferimento che lascia il suo paese più esposto. È la prima, clamorosa crepa nell’architettura di alleanze USA. Quello che emerge con chiarezza è che lo scudo offerto da Washington non solo non ha protetto i partner del Golfo dagli attacchi, ma si è rivelato un bene mobile, spostabile a seconda delle necessità contingenti della potenza protettrice. Per i Paesi del Pacifico, il messaggio è gelido: il loro ruolo non è quello di alleati strategici, ma di avamposti e depositi di armi tattiche, sacrificabili sull'altare di priorità più urgenti. Il costo dell'alleanza con gli Stati Uniti, in termini di sicurezza e affidabilità, si sta rivelando altissimo.
E poi c'è il capitolo energetico, un altro fronte su cui il piano statunitense è miseramente naufragato. Il senatore repubblicano Lindsey Graham, noto falco, aveva salutato l'attacco all'Iran con l'entusiasmo di chi intravede un affare: "Faremo un sacco di soldi". L'idea era chiara: impossessarsi dei giacimenti iraniani, mettere le mani sul controllo dello Stretto di Hormuz e dettare legge sul flusso di petrolio verso la Cina. Oggi, quella visione è solo un miraggio. Lo Stretto è di fatto inagibile, i mercati sono nel caos e la crisi è tale che Stati Uniti e alleati hanno dovuto immettere sul mercato 400 milioni di barili dalle proprie riserve strategiche per tamponare l'emergenza.
La misura della débâcle la fornisce il segretario al Tesoro Scott Bessent, annunciando una misura impensabile solo poche settimane fa: per aumentare l'offerta globale, si autorizzerà temporaneamente l'acquisto di petrolio russo rimasto bloccato via mare. La stessa amministrazione che aveva minacciato tariffe su chiunque commerciasse con Mosca è ora costretta a mendicare il suo greggio. Gli Stati Uniti che sognavano di incassare miliardi si ritrovano a bruciare un miliardo di dollari al giorno per alimentare la macchina bellica, mentre i propri stock petroliferi si assottigliano per tamponare una crisi che ha contribuito a creare.
A questo punto, secondo il Wall Street Journal, nei corridoi del potere si sussurra sempre più insistentemente la parola d'ordine: exit strategy. Alcuni consiglieri avrebbero esortato il presidente Trump a cercare una via d'uscita, preoccupati per l'impennata dei prezzi del petrolio e per il prezzo politico di un conflitto che si preannuncia lungo e logorante. Ma trovare una porta d'uscita non sarà semplice.
I senatori che partecipano ai briefing riservati raccontano di un'amministrazione che è apparsa impreparata fin dall'inizio, priva di un piano credibile sia per attaccare sia per gestire il dopo. Il senatore democratico Chris Murphy ha definito quella in corso "la guerra più incompetente e incoerente degli ultimi cento anni". Per Donald Trump, il dilemma è senza uscita: continuare il conflitto comporta un costo militare ed economico insostenibile; ritirarsi, invece, significherebbe ammettere una sconfitta politica devastante. In entrambi gli scenari, il prezzo da pagare appare già scritto e sarà salatissimo.

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