Alcuni dati che contraddicono la propaganda di guerra sul Venezuela

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Alcuni dati che contraddicono la propaganda di guerra sul Venezuela

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di Geraldina Colotti - il Manifesto 10 maggio 2016
 
Le denunce si rincorrono sui social network. Molti chiamano di notte per raccontare pressioni e minacce subite durante la raccolta di firme per revocare il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro. «Ero andato a Farmatodo a ritirare le medicine per mio figlio – racconta un cittadino di Caracas – e quando ho consegnato la ricetta me l’hanno trattenuta chiedendomi di firmare per il revocatorio. Ho detto di no e mi hanno risposto che i farmaci non c’erano più». Un avvocato in fila assiste alla scena e denuncia: «Quando ho protestato, due uomini armati mi hanno minacciato e cacciato». Seguono i numeri del passaporto. Altri, inviano fotografie di porporati ostili al governo intenti a firmare, e ritwittano le dichiarazioni deliranti del padre Palmar, il cui nome figura nei Panama Papers e nello scandalo sui paradisi fiscali, insieme ad altri alti esponenti dell’opposizione come Julio Borges. Frammenti dello scontro di poteri in atto in Venezuela, iniziato con la vittoria dell’opposizione alle parlamentari del 6 dicembre.
 
L’articolo 72 della Costituzione bolivariana, approvata con referendum nel ’99 dopo l’elezione di Chavez, prevede la possibilità di revoca per tutte le cariche elettive e quelle della magistratura alla metà del mandato, e stabilisce una serie di requisiti. Il primo, è che il gruppo di richiedenti deve raccogliere le firme di almeno l’1% del totale degli aventi diritto. Poi, tocca al Consejo Nacional Electoral (Cne) esaminarne la validità alla presenza di una commissione nominata dal campo avverso. Perché il referendum si metta in moto, dev’esserci la partecipazione di almeno il 25% degli aventi diritto e i voti devono superare quelli ottenuti dal presidente per essere eletto: 7.587.579. La procedura venne attivata contro Chavez, ma il referendum venne bocciato.
 
Adesso, la situazione è molto diversa. Maduro è al centro di attacchi di ogni genere, sia all’interno che all’esterno del paese. Dall’Argentina, al Brasile, al Venezuela, le destre stanno tornando in forze nel continente. Le sinistre denunciano i tentativi di golpe istituzionale, simili a quelli realizzati in Honduras contro Manuel Zelaya e poi contro Fernando Lugo in Paraguay. L’analista politico José Vicente Rangel ha definito il referendum contro Maduro come la valigia col doppiofondo dei contrabbandieri: in superficie oggetti comuni, sotto quello che si deve nascondere, ovvero le trappole per violare la Costituzione e la legge. Per espletare tutti i passi del referendum occorrono circa 170 giorni lavorativi. Intanto, a dicembre dovrebbero svolgersi le elezioni dei governatori. E se a Maduro restano due anni dalla fine del mandato, in caso di revoca il vicepresidente Aristobulo Isturiz, potrà governare senza indire elezioni, fino al 2019.
 
L’opposizione preme, però, per accelerare i tempi, e accusa il Cne di parzialità. Ritiene di aver ampiamente superato il primo livello di raccolta firme, e chiede ai suoi sponsor internazionali di intervenire per sanzionare il governo. Il capo dell’Osa, Luis Almagro, che non fa mistero della sua scelta di campo, vorrebbe applicare la Carta democratica: una misura di espulsione che si è applicata solo all’Honduras, dopo il golpe del 2009. In questi giorni, la ministra degli Esteri venezuelana, Delcy Rodriguez, ha però ricevuto all’Osa l’appoggio di quasi tutti gli stati americani (tranne Usa e Canada): persino della sua omologa argentina, che si è fatta riprendere da Macri. Rodriguez ha denunciato la guerra economica, mediatica e finanziaria in atto contro il suo governo: simile a quella messa in campo contro Salvador Allende prima del golpe militare dell’11 settembre ’73 per «far urlare l’economia».

Il Venezuela – ha detto – «ha importato alimenti che bastano a nutrire tre paesi grandi come il nostro». E invece sembra che imperi la penuria e addirittura l’emergenza umanitaria: code di proporzioni bibliche per accedere ai negozi sussidiati, prezzi alle stelle negli altri e sul mercato nero. I ristoranti dei quartieri alti, dove una pizza costa come uno stipendio, sono però sempre pieni: «È una fatica di Sisifo – ci ha detto di recente il poliziotto di un’unità mobile nel quartiere La Candelaria: anche se sanzioniamo un negozio, l’indomani i prezzi riprendono a salire illegalmente».
 
La disponibilità degli alimenti, «intesa come quantità prodotta e/o importata, non è diminuita – dice Pasqualina Curcio, dell’istituto indipendente Celag -. Le grandi imprese private responsabili del rifornimento non registrano una diminuzione significativa nella produzione, né tantomeno hanno chiuso i reparti. La difficoltà di accesso agli alimenti non si deve, quindi a una diminuzione della disponibilità». Dove finiscono, allora i prodotti? Nelle mafie dell’acccaparramento e nel mercato nero. Vale, però, considerare un altro dato evidenziato da Curcio: 10 fra gli alimenti base più difficili da reperire sono prodotti dalle 10 grandi imprese private, il cui volume produttivo non è diminuito. Tra il 2004 (quando non si registrava penuria) e il 2014, i dollari a prezzo agevolato ricevuti dalle grandi imprese importatrici sono aumentati del 177%. In quali mani sono finiti? Chi ha interesse ad accaparrare alimenti e farmaci per seminare la sfiducia? Il ritrovamento di interi depositi di medicine salvavita scadute fa riflettere sugli intenti di chi guida queste strategie. L’8 maggio, il chavismo ha ricordato il massacro di Yumare, quando il presidente di centrosinistra (Ad), Jaime Lusinchi trent’anni fa lasciò torturare e assassinare 9 oppositori della sinistra radicale. E intanto, dopo l’uccisione di un noto boss che emetteva comunicati di sostegno all’opposizione (El Picure), è stato abbattuto El Topo, ritenuto il responsabile del massacro di 17 minatori nel Tumerero.

*Pubblichiamo su gentile concessione dell'autrice

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