Conferenza del Prof. Angelo d'Orsi alla Federico II di Napoli. Una "missiva" prova a bloccare l'evento

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Conferenza del Prof. Angelo d'Orsi alla Federico II di Napoli. Una "missiva" prova a bloccare l'evento


di Angelo d'Orsi

Lunedi 22 dicembre, alla Federico II di Napoli, una delle più antiche università pubbliche d'Europa (secondo alcuni, la più antica), è prevista un'altra conferenza, nella quale sarò affiancato da Alessandro Di Battista, con i compagni dell'Anpi Zona Orientale Sez. Aurelio Ferrara a coordinare e introdurre.
Ebbene, mentre il Calenda avvia la sua patetica raccolta di firme per impedire lo "sconcio", un'altra signora nessuno, che non risulta neppure docente dell'ateneo (e di nessun ateneo, a dire il vero) si infervora e indirizza una lettera alle autorità accademiche perchè vietino l'incontro. Ormai non so più davvero se piangere o ridere.

Ecco il resoconto di un giornale locale, con la risposta dell'amico Franco Specchio, primo organizzatore dell'evento.

Siamo curiosi di vedere come andrà a finire... Sarei davvero l'uomo più censurato d'Italia!


L'ULTIMO, IMPERDIBILE, LIBRO DEL PROF. D'ORSI:


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DA IL DESK.IT, 10 DICEMBRE 2025

Alla Università Federico II di Napoli, un seminario dedicato alla complessità del rapporto tra russofilia, russofobia e informazione sta generando un’ondata di reazioni che vanno ben oltre il perimetro accademico. Il 22 dicembre, nel Dipartimento di Filosofia, la sezione ANPI Napoli Orientale promuoverà l’incontro “Russofilia, Russofobia, Verità”, con la partecipazione di Alessandro Di Battista, dello storico Angelo D’Orsi e del dirigente nazionale ANPI Vincenzo Calò, introdotti da Franco Specchio. Un appuntamento culturale, annunciato come spazio di riflessione e analisi critica. Ma per alcuni, a quanto pare, già troppo.

A scatenare il caso è stata una lettera inviata al Rettore Matteo Lorito e al Direttore del Dipartimento Andrea Mazzucchi da Maria Nicola Buonocore, project manager in organizzazioni impegnate nel sostegno all’Ucraina. La missiva, pur con toni istituzionali, mette in discussione l’opportunità dell’incontro e ne chiede la riesamina, sollevando dubbi sui relatori e sul presunto sbilanciamento dell’impostazione.

È un intervento che, nella sua apparente formalità, introducendo criteri di “accettabilità” dei contenuti prima ancora che vengano esposti, evoca una logica di vigilanza preventiva. Una dinamica che molti negli ambienti universitari leggono come il tentativo, neanche troppo velato, di condizionare il perimetro del dibattito pubblico.

La risposta degli organizzatori non si è fatta attendere. Il presidente della sezione ANPI Napoli Orientale, Franco Specchio, ribadisce con fermezza il senso dell’iniziativa: “Discutere non è un reato. Soprattutto in università, lo spazio del confronto non può essere ostacolato da chi teme il pluralismo. La cultura non si difende con i divieti”.

Per l’ANPI, il nodo è politico nel senso più alto del termine: difendere l’autonomia del pensiero critico in un clima in cui ogni lettura non conforme rischia di essere bollata come sospetta.

La vicenda sta assumendo un valore simbolico: la capacità dell’Ateneo di resistere alle pressioni esterne e difendere la funzione primaria dell’università, quella di dare casa anche ai temi difficili, scomodi, non allineati.

Il rischio, denunciano alcuni docenti, è che il tentativo di condizionare l’iniziativa possa trasformarsi in un precedente: oggi si discute della Russia, domani potrebbe toccare ad altro. In una spirale in cui la libertà accademica finisce ostaggio della sensibilità politica del momento.

Malgrado le pressioni, l’evento resta confermato. E forse proprio le contestazioni lo hanno trasformato in qualcosa di più di un semplice seminario: un banco di prova della maturità democratica dell’università italiana.

Molti studenti e studiosi annunciano la loro presenza come gesto di partecipazione, ma anche di vigilanza civica. Perché la domanda che emerge, scomoda e inevitabile, è questa: se basta un convegno per generare timori, allarmi e lettere ai vertici accademici, quale spazio resta oggi per la libertà di pensiero?

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