Gentiloni e la politica estera: il nostro bilancio

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Gentiloni e la politica estera: il nostro bilancio

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"Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?"  Il Gattopardo

Dopo le dimissioni del presidente del Consiglio Matteo Renzi in seguito alla schiacciante sconfitta del referendum sulla sua riforma costituzionale il 4 dicembre scorso, Paolo Gentiloni, ex ministro degli Esteri, ha ricevuto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’incarico di formare un nuovo governo.

Paolo Gentiloni, che oggi presenterà la sua lista dei ministri al Quirinale, è stato alla guida della Farnesina dall'ottobre 2014, quando è entrato nel governo Renzi per sostituire Federica Mogherini, oggi Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Esteri.

La sua scelta come successore di Matteo Renzi non può stupire: serviva un politico leale (a qualcuno in particolare, non al popolo italiano) e così è stato. Serviva un nome di garanzia, non degli interessi dell’Italia, ma di un interesse personale e politico particolare e così è stato. A conferma della lotta di potere, tutta interna ad una parte dello schieramento politico italiano, della quale il Paese è ostaggio.   

Un giudizio da ministro degli esteri è d'obbligo. Tra un balbettio e l'altro (qui sul riscatto presunto per le due ragazze rapite) si intende. In un momento storico che vede Donald Trump eletto Presidente negli Stati Uniti, il Presidente della Repubblica Mattarella ha incaricato Primo Ministro un ormai ex Ministro degli Esteri che in visita a New York per i lavori di apertura dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite lo scorso venerdì 23 settembre, al Consolato italiano di New York ha concluso un suo intervento con un messaggio forte e chiaro al microfono: “Forza Hillary!”. “Forza Hillary!”? Oltre alla palese, scortese, ma ormai consolidata prassi dell'intromissione negli affari interni di un paese sovrano, Gentiloni sosteneva la Clinton, favorevole alle sanzioni alla Russia che l’Italia (e quindi Gentiloni stesso) voleva rimuovere! E ora che ha vinto Trump? Che ne sarà dei rapporti tra Italia e Stati Uniti? E ancora, come non ricordare che un ministero della Repubblica italiana ha finanziato la Fondazione Clinton?

Arrivato alla Farnesina due anni fa, Gentiloni sui Marò “auspicava soluzione rapida”, sul TTIP prometteva "nessuna riluttanza, ma il massimo impegno", sul caso Regeni ha alzato un pò i toni ma con scarsi risultati, ad Erdogan ha assicurato "piena solidarietà" nonostante le purghe dopo il fallito collo di stato mentre nulla ha detto sui bombardamenti dell'Arabia Saudita in Yemen dove è in corso un conflitto che ha causato una vera e propria catastrofe umanitaria.

Uno dei dossier sui quali si è speso di più è stato il dossier libico. Gentiloni è diventato il volto del sostegno internazionale al governo di Mohammad Fayez al-Serraj,  l’uomo che la “comunità internazionale” ha scelto come nuovo capo del “governo nazionale libico”. Oggi la Libia resta un paese spaccato, assediato da una miriade di gruppi armati, nel quale imperversano i signori della guerra. Sirte sarà anche stata liberata dallo Stato Islamico, ma Tripoli resta teatro di anarchia e il governo Serraj, quello sponsorizzato da Gentiloni, è più debole che mai e Serraj stesso è costretto a restare nella base navale di Abu Sittah e a non avventurarsi nel centro della capitale.  Lo stesso supporto internazionale di Serraj è comunque sempre stato messo in discussione dalla presenza di Forze Speciali straniere che supportano attivamente le operazioni del Generale Haftar, esponente del Parlamento di Tobruk,  il parlamento eletto dai libici nel 2014 che lo scorso 22 agosto ha votato contro il Governo Serraj al quale si è sempre opposto. E adesso l'elezione di Trump potrebbe far venire meno il supporto americano, favorendo invece lo stesso Haftar. Un fallimento su tutta la linea per Gentiloni. 

Sulla Siria, Gentiloni si è unito al coro degli "Assad deve andarsene". Coro che ha visto (o vedrà a breve) l'uscita di scena di Cameron, Hollande, Obama e Hillary Clinton. Dal 2011 quando il governo Monti ospitava le riunioni del gruppo “ Amici della Siria” e ha iniziato a finanziare gruppi paramilitari islamici per rovesciare un governo legittimo ad oggi è ormai chiaro a tutti che questi gruppi “moderati” che Gentiloni ha continuato ad appoggiare nel suo mandato alla Farnesina sono esattamente come Al-Qaeda, anzi sono confluiti in Al-Qaeda. Mai, inoltre, una parola di Gentiloni sul regime dell'Arabia Saudita - anzi meta preferita per l'ex ministro - il principale sostenitore e finanziatore della sua destabilizzazione attraverso l'Isis. Mai una parola chiara sulle bombe italiane utilizzate dal regime dei Suad per massacrare lo Yemen. Non una parola, anzi Gentiloni si è reso protagonista co-presidiendo con l'Arabia Saudita un farsesco gruppo di contrasto finanziario all'Isis. Non una parola mai di Gentiloni sulla Turchia, sugli altri paesi del Golfo, ma la conclusione di Gentiloni è sempre la stessa: lavorare per l'uscita di scena di Assad e per una transizione del paese attraverso la fantomatica opposizione siriana. Una "transizione" con quei ribelli moderati, premurosi del futuro di Al-Nusra eterodiretta dall'occidente, chiaramente. Le recenti vicende di Aleppo hanno fatto crollare tutti i castelli di carta e le menzogne di Gentiloni sulla Siria.

Per avere un quadro di verità e giustizia sulla Siria, come era stato in precedenza per l'Iraq e poi per la Libia, bisogna andare oltre l'informazione prestabilita dalle corporazioni dei mezzi di comunicazione. Questo è noto. Meno noto era il fatto che il nostro paese dovesse meritare per ministro degli Esteri un portavoce dell'Ambasciata statunitense. Si perché a rileggere oggi questa intervista de la Stampa di Gentiloni, questa non può non essere la conclusione sul mandato del neo primo ministro alla Farnesina. 

La Redazione

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