I perché non detti dell'aggressione USA contro l'Iran

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I perché non detti dell'aggressione USA contro l'Iran


di Domenico Moro

 

Trump era stato eletto a fine 2024 anche perché aveva promesso a un elettorato stanco delle guerre in cui gli Usa si sono trovati impantanati per decenni che non avrebbe coinvolto il paese in nuove guerre. Tantomeno avrebbe coinvolto gli Usa in una guerra in Medio Oriente, che, in base a quanto esplicitato a novembre 2025 nella National Security Strategy, non avrebbe più dovuto occupare un ruolo centrale nella politica estera statunitense, dal momento che gli Usa sono diventati un esportatore netto di energia e non hanno più bisogno di rifornirsi all’estero di petrolio.

Quali sono, dunque, le ragioni dell’aggressione statunitense, condotta insieme con Israele, contro l’Iran? Certamente tra le ragioni non c’è la volontà di appoggiare il popolo iraniano contro il regime in carica, anche se Trump e Netanyahu vi hanno fatto riferimento più volte. Invece, alla base della guerra ci sono soprattutto gli interessi economici e politici degli Usa. In particolare, si tratta di una guerra voluta dal settore economico dominante negli Usa, qualunque ne sia l’amministrazione, il capitale finanziario. Questa guerra, quindi, rientra nel tentativo degli Usa di contrastare la loro decadenza, mantenendo la loro sfera d’influenza in Medio Oriente.

La ragione del mantenimento della sfera d’influenza americana in Medio Oriente, deriva proprio dal fatto che quest’area è la maggiore fonte delle materie prime più importanti, quelle energetiche. Infatti, il Medio Oriente ha le maggiori riserve di petrolio, pari a 871 miliardi di barili, precedendo l’America Latina con 344 miliardi e l’Africa con 119 miliardi. Ciò significa che in Medio Oriente c’è il 55% del petrolio totale mondiale. A questo si aggiunge il fatto che il Medio Oriente ha 82,5 miliardi di metri cubi di riserve di gas, quasi il doppio della Russia (46,8 miliardi) e il 40% delle riserve totali mondiali.i

Quindi, il Medio Oriente è centrale per il rifornimento di energia. Ma tutte queste materie prime energetiche non vanno negli Usa, che, come detto, sono autosufficienti, e, per la verità, non andavano in quella direzione neanche quando l’America era importatrice netta di petrolio. Il petrolio mediorientale va in direzione delle grandi economie dell’Estremo Oriente, l’India, il Giappone e specialmente la Cina. Quindi, la prima ragione dell’importanza del Medio Oriente per gli Usa sta nel fatto che, controllando quell’area, controllano l’area dell’Indo-pacifico, che è l’area economica più importante del mondo e nella quale è collocata la Cina, il maggiore avversario e concorrente degli Usa per l’egemonia mondiale.

Infatti, nella National Security Strategy troviamo anche che, nonostante sia diventata esportatrice netta di materie prime energetiche, “L’America avrà sempre un interesse strategico nell’assicurarsi che i rifornimenti di energia del Golfo non cadano nelle mani di un nemico palese, che lo stretto di Hormuz rimanga aperto.” Infatti, attraverso lo stretto di Hormuz, controllato dall’Iran, passa il 20% del petrolio mondiale, diretto verso l’Estremo Oriente, e il gas liquido del Qatar diretto in Europa e anche in Italia. Quindi, il controllo del Medio Oriente consente di controllare le altre aree economiche principali mondiali e soprattutto la Cina, evitando che quest’ultima sia quel “nemico palese” nelle cui mani possano cadere il petrolio e il gas del Golfo. Tra l’altro, la Cina ha ricoperto negli ultimi anni un ruolo anche politico e diplomatico sempre più importante nell’area.

Ma c’è un’altra ragione per cui il controllo del Medio Oriente è fondamentale per gli Usa. Questi, infatti, si reggono sul drenaggio dei risparmi che da tutto il mondo, in particolare dai paesi con grandi surplus commerciali, fluiscono nelle sue attività finanziarie, in particolare nell’acquisto di titoli delle Big tech e soprattutto dei titoli di Stato statunitensi (Treasury bond). Il meccanismo, fino a qualche tempo fa, era il seguente: i paesi esportatori dell’Estremo Oriente, come la Cina e il Giappone, vendevano i loro prodotti agli Usa, e reinvestivano il surplus commerciale nei titoli di Stato statunitensi. Ma questo meccanismo funziona finché la valuta degli Usa, il dollaro, rimane la valuta di riserva a livello mondiale. Infatti, i titoli di Stato statunitensi hanno una grande appetibilità perché sono in dollari e le grandi economie esportatrici, non solo dell’Estremo Oriente, ma anche quelle esportatrici di gas e petrolio del Medio Oriente li acquistano per alimentare le riserve valutarie delle loro banche centrali. Il problema è che il dollaro rimane valuta di riserva mondiale finché rimane la valuta di transazione commerciale mondiale. E rimane tale se i paesi produttori delle principali materie prime mondiali, il petrolio e il gas, le vendono in dollari. Per questa ragione gli Usa hanno stipulato molti decenni fa un patto con le petromonarchie del Golfo a partire dalla più importante, l’Arabia Saudita: queste avrebbero continuato a vendere il petrolio in dollari e in cambio avrebbero ricevuto protezione militare dagli Usa.

Quindi, gli Usa, per alimentare il proprio capitale finanziario e sostenere il loro doppio debito, quello commerciale e quello pubblico, hanno bisogno di controllare militarmente il Medio Oriente. A rendere problematico il controllo statunitense del Medio Oriente c’è, però, la Repubblica Islamica dell’Iran, che sin dalla sua nascita fa dell’indipendenza dagli Usa e del contrasto a Israele, il perno su cui si fonda il sistema di alleanze statunitensi nella regione, un elemento fondante della propria esistenza. Inoltre, l’Iran ha un legame molto forte non solo con la Russia ma anche con la Cina. Il 77% delle esportazioni di petrolio iraniano è diretto in Cina, la quale soddisfa in questo modo il 7,6% della sua domanda di petrolio. La Cina, inoltre, aveva fatto da mediatrice tra l’Iran e l’Arabia Saudita, storici avversari, acquisendo importanza diplomatica nell’area medio-orientale.

Ma c’è un’altra ragione per cui Trump ha deciso di aggredire l’Iran proprio ora. Il meccanismo che permette agli Usa di alimentare il proprio capitale finanziario, pagare il debito commerciale e collocare il debito pubblico a tassi di interesse più bassi di quanto dovrebbero sta diventando più fragile. Infatti, gli storici più grandi detentori di debito pubblico statunitense, la Cina e il Giappone, nell’ultimo anno hanno decisamente ridotto la loro esposizione in titoli di stato statunitensi. Nel corso del 2025 la quota di titoli di stato Usa nelle mani della Cina è scesa a 700 miliardi di dollari da un picco di 1300 miliardi. Mentre nel 2013 la Cina era al primo posto tra i detentori di Treasury, con quasi un terzo del debito Usa, oggi ne ha solo il 7,6% a fronte del Regno Unito che è salito al 9,7%.ii Le principali banche centrali dell’Estremo Oriente e di altre economie emergenti stanno riducendo le loro riserve in dollari, cioè in Treasury, a seguito di una tendenza a diversificare le riserve in altri asset e soprattutto in oro, il cui valore di conseguenza è cresciuto esponenzialmente negli ultimi tempi. In questo modo, le riserve di Treasury in mani straniere sono scese nel 2025 ai minimi dal 2017.

Tutto questo diventa ancora più difficile da sostenere per l’economia statunitense, a causa delle scelte dell’amministrazione Trump. Dal punto di vista del bilancio pubblico, Trump sta aumentando, anche a causa della crescita delle spese militari, il debito federale, che è arrivato a 36mila miliardi di dollari, mentre la spesa per interessi è salita a 1000 miliardi. Dall’altro lato, nonostante i dazi il debito commerciale si è ridotto di poco. Anzi la politica di dazi aggressivi contro la Cina e altri paesi forti esportatori di manufatti negli Usa mina il meccanismo su cui si basa il finanziamento del debito federale statunitense. Inoltre, l’uso del dollaro come strumento di pressione politica, attraverso le sanzioni, rende i Treasury sempre meno un investimento sicuro e quindi meno appetibili. Per tutte queste ragioni, non è un caso che il dollaro nell’ultimo anno abbia perso valore nei confronti delle principali valute internazionali.

La guerra contro l’Iran è, quindi, una guerra imperialista, essendo stata mossa per difendere il capitale finanziario statunitense e mantenere il Medio Oriente nella sfera d’influenza a stelle e strisce. Il fallimento della politica di Trump nell’arrestare la decadenza economica degli Usa, a partire da quella dei dazi, lo spinge a ricorrere all’unico strumento rispetto al quale conserva, per il momento, una marcata superiorità, quello militare.



 

i Opec, Annual Statistical Bulletin, 2025.

ii Vito Lops, “Cina e Giappone riducono l’esposizione ai Treasury”, il Sole24ore, 3 dicembre 2025.

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