Il blocco come strumento geopolitico: gli USA aumentano la pressione su Cuba
La tensione tra Stati Uniti e Cuba conosce una nuova escalation dopo la firma, da parte del presidente Donald Trump, di un’ordine esecutivo che dichiara L’Avana una “minaccia inusuale e straordinaria” per la sicurezza nazionale statunitense. Il provvedimento apre la strada all’imposizione di dazi contro i Paesi che forniscono petrolio all’isola, colpendo indirettamente uno dei nodi più sensibili dell’economia cubana: l’approvvigionamento energetico. Il governo cubano ha reagito con durezza. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha definito la decisione di Washington basata su “pretesti mendaci” e funzionale a una strategia di soffocamento economico deliberato. Secondo L’Avana, si tratta dell’ennesima prova che il blocco economico-finanziario contro Cuba è un sistema di pressione extraterritoriale volto a dissuadere terzi Paesi dal commerciare con Cuba.
Nel testo dell’ordine esecutivo, la Casa Bianca accusa il governo cubano di allinearsi con attori ostili agli Stati Uniti - dalla Russia alla Cina, fino all’Iran - e di offrire spazio operativo a gruppi definiti “terroristi” come Hamas e Hezbollah. Accuse che includono anche presunte collaborazioni militari e di intelligence sul territorio cubano, dipinte come una minaccia diretta alla sicurezza statunitense. Il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez Parrilla ha avvertito che la misura equivale a un tentativo di imporre un blocco totale al carburante, con effetti diretti sulla popolazione. Secondo il capo della diplomazia cubana, Washington ricorre a coercizione e ricatti economici per obbligare altri Stati ad allinearsi alla sua politica, in aperta violazione delle regole del commercio internazionale. Il linguaggio utilizzato dall’amministrazione Trump richiama precedenti noti: la definizione di “minaccia inusuale e straordinaria” era già stata applicata al Venezuela durante l’era Obama.
Un’etichetta giuridica che consente ampi margini di manovra sanzionatoria, ma che sul piano politico segnala soprattutto una scelta di confronto frontale. Per Cuba il provvedimento rafforza una pratica criminale ormai consolidata: quella di un accerchiamento sistemico che limita sovranità, sviluppo e margini di manovra internazionale. In questo quadro, la dichiarazione di “emergenza nazionale” appare meno come una risposta a una minaccia reale e più come l’ennesimo atto di una politica estera improntata alla coercizione e all’unilateralismo.
Colpire l’approvvigionamento energetico di un Paese e minacciare sanzioni contro Stati terzi significa usare il potere economico come strumento punitivo, aggirando norme multilaterali e principi di sovranità. Lontana dal rafforzare la sicurezza regionale, la strategia di Washington rischia di consolidare l’isolamento diplomatico degli Stati Uniti stessi, mostrando una tracotanza che, più che contenere Cuba, rivela l’incapacità di immaginare relazioni internazionali fondate su dialogo, cooperazione e diritto internazionale.
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