L'alleanza tra Stati Uniti e Israele non è un fatto episodico, esistono punti in comune tra i due paesi come il potere della tecnocrazia con quella sorta di mix tra processi tecnologici innovativi e la presenza delle multinazionali di guerra nelle due società (sempre più involute e gestite da logiche autoritarie), sullo sfondo intanto si muovono gli spettri di ideologie reazionarie a spingere i venti xenofobi e di guerra.
Che i due paesi abbiano unito le loro capacità industriali, militari e di intelligence è cosa risaputa fin dal genocidio a Gazai come acclarato è il ricorso alla Guerra anche per ragioni non strutturali o prettamente imperialiste, ad esempio allontanare lo spettro di pericolose inchieste giudiziarie riguardanti i leader dei due paesi. Ma le ragioni di questa ennesima crociata militare vanno ricercati altrove, ad esempio i prodotti energetici hanno ripreso a salire al pari di tante materie prime, il dollaro si è rafforzato, i mercati asiatici ed europei sono in difficoltà ,la crisi per le economie del vecchio continente e di altri paesi è in agguato.
Come avvenuto con l'Ucraina la guerra è anche straordinario strumento per indebolire indirettamente, ma con straordinaria efficacia, le economie di paesi alleati. Le difficoltà della Ue sono la dimostrazione eloquente di quanto abbiamo appena scritto.Tanto maggiore è la durata di questa guerra quanto più difficili saranno le previsioni per il futuro, parliamo delle conseguenze strutturali, possibile la frammentazione nel tempo dell'Iran facendo leva sulle storiche divisioni etniche interne, sulla presenza di minoranze utilizzate come strumento per smembrare il paese consentendo alle multinazionali occidentali di saccheggiarne le risorse.
Non è dato conoscere quanto avverrà nell'immediato futuro ma resta il fatto che Israele nel frattempo sta annettendosi la Cisgiordania e, a quanti non perdono occasione per proporre accordi di pace, dovremmo ricordare che perfino gli accordi di Oslo sono ormai carta straccia.
Di sicuro questa guerra getterà nel caos anche alcuni paesi limitrofi, intanto Israele dovrà rafforzare la presenza militare in Libano come gli Usa in Iraq se vorranno, rispettivamente, salvaguardare una zona cuscinetto a tutela dei confini nazionali e la produzione di petrolio gestita dalle multinazionali statunitensiPoi ci sono anche altri aspetti da prendere in esame, la reazione dei Brics, le alleanze internazionali, i flussi commerciali e di capitali a partire dalle catene di approvigionamento visto che almeno il 20% del petrolio e del gas mondiale transita attraverso lo Stretto di Hormuz, Stretto al controllo del quale guardano gli Usa ormai da anni. Anche una eventuale e temporanea interruzione dei flussi energetici avrebbe ripercussioni non banali sull'economia mondiale, per questo tanto le rinnovabili quanto le industriali sono le energie verso le quali vengono riservate maggiori attenzioni.
Ma proviamo a focalizzare un attimo la attenzione sulla strategicità di Hormuz che va ben oltre una dimensione prettamente regionale.Le rappresaglie iraniane, in risposta agli attacchi di Israele e degli Usa, hanno già provocato la interruzione di oltre l'80 per cento dei voli in partenza dai paesi del Golfo, le economie asiatiche stanno subendo lo scotto maggiore, parliamo di paesi tradizionali acquirenti di grandi quantitativi di greggio e di gas dalla Regione, in misura assai maggiore degli Usa e dei paesi UE.
Eccezione è rappresentata dall'Italia, paese europeo dipendente dal gas del Qatar. Forse questo fatto spiega anche la bassa visibilità della Meloni la cui paura è rappresentata dagli effetti negativi sulla già debole economia italica, dipendente dal Quatar per oltre il 38% dei propri consumi totali, livello simile a quello del Pakistan ma ben superiore rispetto a paesi come Taiwan (24%), Polonia (20%) e l’India (7%). Meglio di noi analizza la situazione l'Ispi in un articolo dedicato proprio ad HormuzSe durerà più di poche settimane, la crisi non impatterà solo i principali acquirenti del GNL qatarino, ma l’intero mercato mondiale del gas. A essere colpiti in particolare saranno gli importatori europei e quelli asiatici, che più dipendono dalle importazioni di GNL. Di conseguenza tutti cercheranno fonti alternative di approvvigionamento, facendo ulteriormente salire i prezzi.A ben vedere, la crisi sta già avendo ripercussioni salate per gli europei: il prezzo all’ingrosso del gas naturale in UE è quasi raddoppiato nel giro di un paio di giorni e oggi ha persino brevemente superato quota 60 €/MWh. Una reazione di prezzo così forte è dovuta anche al fatto che questa crisi abbia preso alla sprovvista molti paesi europei: in questo momento gli stoccaggi sono pieni solo al 30%, mentre in questa fase dell’anno gli stoccaggi sono normalmente poco sotto al 40% e dopo l’invasione russa dell’Ucraina si era riusciti a tenerli al 65% (nel 2023) e al 45% (nel 2024).
La situazione è particolarmente complessa per la Germania, al 21%, mentre l’Italia fa nettamente meglio (48%).Ciò detto, se è vero che gli stoccaggi proteggono da fluttuazioni stagionali dei prezzi, possono al massimo smussare o posticipare gli effetti di uno shock di più lungo periodo. Il problema quindi, se la crisi dovesse durare ancora a lungo, sarebbe solo posticipato di qualche mese.
Nel frattempo il protrarsi del conflitto potrebbe restituire competitività al gas russo, un’eventualità che rischia di mettere alle strette l’UE proprio pochi mesi dopo aver approvato il regolamento europeo per portare a zero le importazioni di gas russo dal 2027.
Inevitabili le ripercussioni sui prezzi delle merci, la possibilità di una caduta inflazionistica, la crescita della spesa pubblica, il calo dei consumi nei paesi a capitalismo avanzato, tutti elementi da prendere in esame quando si parla delle ricadute derivanti dalla guerra. E poi ci sono i crescenti flussi di capitali verso il dollaro a ricordarci come il ricorso alla guerra sia un dato strutturale per salvaguardare l'egemonia statunitense, anche a costo di seminare crisi nei paesi alleati e guerre in ogni area del Globo.
Federico Giusti nasce a Pisa nel 1966, si laurea in letteratura italiana e subito dopo inizia a lavorare come precario per poi entrare in Comune nel 1999.
Delegato sindacale prima dei Cobas e oggi della Cub è stato attivo nei movimenti studenteschi e per il diritto all'abitare Oggi fa parte dell'ufficio stampa dell'Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell'università, ha dato vita a un gruppo di studio con Emiliano Gentili e Stefano Macera ed è tra gli animatori di Radio Grad. E' sposato con figli e nipoti.
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