La risposta alla guerra dell'Unione Europea

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La risposta alla guerra dell'Unione Europea

 

di Federico Giusti

La Groenlandia, o meglio le mire Usa su questa isola di grandi dimensioni, poco abitata e immersa nei ghiacci ma con grandi risorse del sottosuolo e una collocazione geografica strategica per il controllo del Globo e delle vie commerciali,  è stata utilizzata, per quanto ne dica il Parlamento europeo, come occasione propizia per dividere la Europa  risvegliando allo stesso tempo le mire imperialiste del vecchio continente.
 
La Ue fa oggi i conti con i suoi ritardi strutturali, con una crisi economica di lungo corso, differenze interne fin troppo marcate e incapacità politica di adottare politiche unitarie su innumerevoli materie.
 
E l'imperialismo straccione di chi si crede ancora al centro del mondo produce un solo risultato: l'aumento ulteriore delle spese militari.
Prova ne sia il prossimo incontro, convocato a Bruxelles il prossimo 28 Gennaio;, denominato "Priorità dell'industria sul percorso verso la prontezza alla difesa UE"  con invitati, debitamente selezionati, provenienti dalle principali industrie militari europee
 
Questo Dialogo sull'Implementazione faciliterà interazioni dirette tra i rappresentanti dell'industria della difesa e HRVP Kallas. I rappresentanti dell'industria della difesa partecipanti saranno invitati a condividere le loro valutazioni sulle sfide di attuazione, gli ostacoli, i colli di bottiglia e i vincoli strutturali, nonché opportunità, best practice e possibili soluzioni per garantire l'aumento della capacità produttiva di difesa dell'UE al fine di ampliare le capacità di difesa di cui gli Stati membri hanno urgentemente bisogno
 
 
L’UE conferma che per tornare protagonista, e non umile comparsa negli scenari internazionale, deve solo perseverare nella costruzione di un complesso industrial militare altamente tecnologico e dotarsi di comuni pratiche in materia di affari esteri, sicurezza e difesa.
 
Concetti già ripetutamente espressi ma senza costruire pratiche conseguenti per le note divisioni interne ai paesi anche nella produzione dei sistemi di arma con accordi concorrenziali stipulati da  industrie  paesi che alla fine scatenano una guerra interna al vecchio continente senza rubare, è il caso di usare questo termine, spazi all' invadenza delle multinazionali Usa.
 
La via delle armi è quindi la scelta privilegiata da Bruxelles, c'è solo da sperare che i Parlamentari europei non finiscano con il trasformarsi in piazzisti delle varie multinazionali impegnanti nel lucroso business costruito tra sicurezza e difesa.
 
In una risoluzione sulla Politica estera comune, approvata a grande maggioranza  dal Parlamento europeo, si condanna l'operato Usa e l'utilizzo di mezzi economici coercitivi (i dazi ) per il controllo della Groenlandia. Ma nella risoluzione si ribadiscono tutti i valori, si fa per dire, della Nato a cui la Ue si sta aggrappando nella consapevolezza che la tenuta della Alleanza Atlantica di natura militare salverà il vecchio continente dalle fauci statunitensi.
 
La risoluzione riproduce una miriade di luoghi comuni ad esempio la velata autocritica per non avere adottato il Piano Draghi che invocava prodotti industrial militari non competitivi tra loro e una unica cabina di regia nel Riarmo fino alla necessità di politiche commerciali che non mettano la Ue in una posizione di perenne debolezza. E qui casca l'asino perchè la linea Ue rispetto ai dazi è stata arrendevole e non unitaria visto che le politiche Trumpiane sono il cavallo di Troia per il Vecchio continente avvalendosi del sostegno dei paesi comunitari con governi esplicitamente schierati a destra.
 
 
La Ue nasconde i veri problemi, fa finta di ignorare le reali cause del conflitto in Ucraina, asseconda i disegni strategici Usa senza chiedersi se questi disegni non siano lesivi per gli interessi europei, il cosiddetto arco di instabilità creatosi attorno alla Europa, non nasce per mera casualità e ci sembra alquanto riduttivo riassumere ogni difficoltà dietro al concetto che il vecchio continente sia un gigante economico con  visibilità e influenza politica  del tutto inferiori al ruolo che meriterebbe. da una parte, i dati economici sono meno ottimistici delle previsioni, dall'altra la subalternità Ue agli Usa è la vera causa del problema, infine  gli scenari internazionali stanno cambiando rapidamente 
 
E invece di prendere atto delle scelte errate operate negli ultimi anni, del fallimento della cosiddetta Europa dei popoli si preferisce il Riarmo, si considera reale e imminente la minaccia di una aggressione Russa al vecchio continente. Eppure chiunque sa che acquistando petrolio e gas dagli Usa le spese sono cresciute a dismisura con ripercussioni solo negative sui consumi interni e sulle imprese comunitarie ma nonostante la evidenza dei fatti il Parlamento europeo continua a ragionare con le stesse categorie di Trump con la differenza che non la la forza militare Usa e una moneta, il dollaro, con cui avvengono buona parte degli scambi mondiali. E infatti si pensa che solo l’allargamento dell’UE rappresenti un investimento geostrategico nella sicurezza e nella stabilità regionali.

Se la Guerra in Ucraina ha indebolito la economia europea la Ue  la sola risposta dal Parlamento europeo è la condanna delle ripetute aggressioni russe , una nuova architettura di sicurezza europea e la collaborazione con la Nato. Le altre considerazioni sono secondarie e di contorno come l'affermazione che il futuro della Groenlandia sia deciso dalla Danimarca  o giudicare indispensabile il "ruolo vitale" della Nato. E per queste ragioni si torna al Piano Draghi, all' aumento  delle spese militari rispetto alla elevata crescita già avvenuta, si invoca un migliore coordinamento della spesa per la difesa negli Stati membri
:
L' Europa ha bisogno, per gli attuali vertici della Ue, di una capacità di difesa forte, autonoma e operativa superando gli interessi nazionali di breve periodo e non solo completare un mercato unico della difesa, ma anche dare un reale significato alla clausola di assistenza reciproca dell’UE. Questa è la risposta alle mire e alle minacce Usa, questa è la tanto decantata politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC). la cui efficacia è tutta da dimostrare
 

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 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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