Cuba non si arrende: contatti con gli USA ma nessuna trattativa sulla sovranità

La mano è tesa, ma la schiena resta dritta. L'Avana conferma i contatti con Washington, ma pone condizioni chiare: rispetto della sovranità, uguaglianza, reciprocità. Il tempo delle esplorazioni diplomatiche scorre lento, mentre il blocco continua a strangolare l'isola

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Cuba non si arrende: contatti con gli USA ma nessuna trattativa sulla sovranità

L'Avana conferma i contatti con funzionari statunitensi mentre il popolo è costretto a subire le pesanti conseguenze di questo blocco energetico che si somma all’ultrasessantennale blocco economico-finanziario. Ma Díaz-Canel è chiaro: nessuna trattativa sulla sovranità. E mentre gli Stati Uniti cercano di strangolare l'isola impedendo l'arrivo di carburante, Mosca ribadisce il suo sostegno alla causa cubana.

All'Avana la luce si accende a singhiozzo, ma la dignità di un popolo non conosce interruzioni. Da oltre tre mesi nessuna nave carica di combustibile riesce ad attraccare all'isola, eppure Cuba continua a resistere, con quella "resistenza creativa" che da sessantacinque anni è l'unica risposta possibile a uno dei crimini più longevi e disumani della storia contemporanea: il blocco economico, finanziario e commerciale imposto dagli Stati Uniti.

In questo scenario di assedio, il presidente Miguel Díaz-Canel ha rotto il silenzio per confermare ciò che i nemici della Rivoluzione cercavano di strumentalizzare: esistono contatti con funzionari dell'amministrazione statunitense. Ma attenzione, nessuna resa, nessuna trattativa sull'essenziale. Il dialogo, ha spiegato il presidente in una conferenza stampa che aveva il sapore della sfida, è solo esplorativo. Un tastare il polso alla potenza che da decenni prova a strozzare l'isola, per verificare se esista dall'altra parte la volontà di comportarsi da interlocutori civili e non da boia.

I contatti, avviati sotto l'alta supervisione di Miguel Díaz-Canel e del leader storico Raúl Castro, con la discreta mediazione di partner internazionali che l'isola ringrazia ma non espone alle ritorsioni, hanno tre obiettivi chiari: individuare i problemi bilaterali che necessitano soluzione, cercare percorsi possibili, e soprattutto capire se Washington abbia davvero intenzione di abbandonare la politica del ricatto. L'Avana, dal canto suo, si presenta a questo tavolo immaginario con la schiena dritta di chi non ha mai piegato la testa. Lo ha fatto capire bene Díaz-Canel quando ha ricordato che qualsiasi interlocuzione deve svolgersi su basi di uguaglianza, rispetto reciproco e assoluta sovranità. Condizioni non negoziabili per un paese che da oltre sessanta anni anni subisce un castigo collettivo solo per aver rivendicato il diritto all'autodeterminazione.

E mentre l'Impero continua a stringere la morsa, il racconto del presidente cubano diventa la cronaca di un massacro quotidiano. "Sono più di tre mesi che non entra una nave con carburante", ha denunciato Díaz-Canel. Una circostanza drammatica, perché dietro quelle navi che non arrivano ci sono ospedali che faticano a funzionare, scuole al buio, case dove le madri accendono candele per vedere i propri figli, interi quartieri che restano senza elettricità per oltre trenta ore consecutive. Il blocco energetico, lo chiama il presidente, ed è una definizione esatta: gli Stati Uniti impediscono a Cuba di comprare carburante sui mercati internazionali, minacciano le compagnie che osano commerciare con l'isola, trasformano l'energia in un'arma di distruzione di massa.

Ma se l'obiettivo era piegare il popolo cubano, hanno fallito. Perché nelle stesse ore in cui Díaz-Canel denunciava il crimine, poteva anche annunciare i frutti della resistenza: la produzione nazionale di petrolio e gas associato ha superato i piani, un nuovo impianto termoelettrico sta per entrare in funzione portando oltre cento megawatt alla rete, i parchi fotovoltaici garantiscono quasi la metà del fabbisogno nelle ore diurne. Sono i numeri di un popolo che non si arrende, che trasforma l'assedio in occasione per innovare, che risponde alla violenza con l'intelligenza. È la "resistenza creativa" di cui parlano i rivoluzionari, quella che tiene in vita un paese nonostante tutto.

A fare da contrappeso alla barbarie statunitense arriva puntuale la voce di Mosca. Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez ha sentito telefonicamente l'omologo russo Sergej Lavrov, che ha ribadito l'inaccettabilità della pressione economica e politica esercitata da Washington su Cuba. Parole chiare, di sostegno alla sovranità e al diritto del popolo cubano di scegliersi il proprio destino, che riecheggiano come un monito: l'isola non è sola.

E mentre l'Impero digrigna i denti e il dialogo resta sospeso in una fase embrionale, L'Avana lancia anche un messaggio di umanità: presto saranno liberati 51 detenuti che hanno scontato buona parte della pena e tenuto buona condotta. Un gesto comunicato al Vaticano, che con l'isola mantiene rapporti costanti, e che dimostra ancora una volta quale sia la vera natura della Rivoluzione: quella di un popolo che resiste all'assedio senza perdere la propria anima.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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