Hasbara, la macchina della propaganda israeliana è al collasso: influencer e spin doctor non pagati
L'ufficio del premier sommerso da cause legali per milioni di shekel. Tra i creditori, società che hanno allestito lo studio di Netanyahu e attivisti mandati a contrastare le proteste a L'Aia
Un conto da milioni di shekel, decine di professionisti rimasti a bocca asciutta, e una gestione così approssimativa da finire sotto inchiesta della polizia. A due anni e mezzo dall’inizio della guerra di sterminio a Gaza, il caos amministrativo che ha travolto la macchina della propaganda israeliana - la cosiddetta “Hasbara” - viene finalmente a galla, e lo fa nelle aule di tribunale.
Secondo quanto rivelato dal quotidiano economico israeliano Calcalist, il dipartimento per la diplomazia pubblica, che opera sotto l’egida dell’ufficio del primo ministro, è stato sommerso da cause legali intentate da società di produzione, attivisti e persino ex portavoce ufficiali, rimasti senza stipendio per mesi di lavoro svolto nei momenti più caldi del conflitto. Il paradosso è amaro: lo stesso apparato incaricato di raccontare al mondo la versione di Gerusalemme si ritrova ora a dover difendere sé stesso in tribunale, accusato di aver promesso compensi mai arrivati.
Tra i crediti vantati spiccano cifre considerevoli. Una delle società coinvolte, la “Spedi Cool”, da anni fornitore abituale della presidenza del Consiglio, chiede oltre mezzo milione di shekel (circa 160mila dollari) per aver allestito e gestito, sin dall’8 ottobre 2023, lo studio blindato da cui Benjamin Netanyahu e l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant hanno rilasciato decine di interviste alla stampa internazionale. Un lavoro svolto in regime di urgenza, su richieste arrivate via WhatsApp con la dicitura “il direttore generale ha autorizzato”, ma che oggi lo Stato respinge con una burocrazia gelida: manca il modulo d’ordine firmato, dicono, nonostante i servizi siano stati erogati per nove mesi consecutivi.
Un’altra causa pesante arriva da Intellect, gruppo specializzato in produzioni mediatiche, che reclama circa 1,7 milioni di shekel (quasi mezzo milione di dollari). Tra le spese contestate, emergono anche i viaggi finanziati per portare attivisti influencer a L’Aia, dove si tenevano le udienze della Corte internazionale di giustizia: l’obiettivo era contrastare sul campo le manifestazioni filo-palestinesi. Voli, logistica e strategie di propaganda pagate di tasca propria da una società privata, in attesa che il governo saldasse il conto.
Ma la storia più emblematica è forse quella di Eylon Levy, volto noto della propaganda sionista israeliana all’estero, britannico di origine e oxfordiano, diventato portavoce ufficiale fino al marzo 2024. Levy, che pure ha continuato a battersi sui social contro ciò che definisce “l’asse del male” - chiedendo espulsioni di ambasciatori iraniani da Londra e denunciando attacchi mai riconosciuti dal Regno Unito - ammette di essersi stancato di rincorrere i suoi compensi. Il suo stipendio, 41mila shekel al mese, veniva inizialmente pagato da Intellect, in attesa che lo Stato regolarizzasse la posizione. Formalmente non è mai stato assunto, e dopo mesi di promesse e scartoffie, ha alzato bandiera bianca: “Mi sono arreso”, ha confidato.
Il quadro che emerge è quello di una struttura improvvisata, cresciuta in fretta e furia dopo il 7 ottobre. Con il vecchio ministero della Hasbara già chiuso per disfunzioni, la macchina della comunicazione è stata reindirizzata verso l’ufficio del premier, guidato allora da Moshik Aviv, responsabile anche delle cerimonie di Stato. Per accelerare le pratiche, si è scelto di allargare contratti già esistenti con aziende di eventi, trasformandole di fatto in casseforti private per pagare attivisti e consulenti. Ma quello che doveva essere un espediente temporaneo si è trasformato in un groviglio di promesse non mantenute.
Nel tentativo di mettere ordine, a settembre 2024 il governo ha dovuto approvare una deroga agli appalti pubblici per regolarizzare alcune posizioni, ma per molti la toppa è arrivata tardi. Alcuni hanno vinto in tribunale, come lo studente Nadav Yehud, che per quattro mesi ha lavorato per l’Hasbara e solo dopo una causa è riuscito a ottenere 38mila shekel. Durante l’udienza, i rappresentanti dello Stato hanno fatto riferimento a “irregolarità diffuse e su larga scala” oggetto di indagini penali.
E infatti la situazione è finita sul tavolo della polizia. Una dipendente dell’ufficio del premier, sospettata di aver falsificato una firma su alcuni documenti di affidamento, è ora indagata. Secondo quanto ricostruito, era lei il contatto principale con i fornitori, e avrebbe rassicurato molti di loro sulla imminente buona fine delle pratiche. Parole che oggi suonano come beffe per chi ha lavorato mesi a credito.
L’ufficio del primo ministro, interpellato, si trincera dietro la formula di rito: “Le gare d’appalto sono state gestite secondo legge, ma procedure legali e investigative in corso impediscono di fornire ulteriori dettagli”. Un silenzio che stride con i numeri: negli ultimi due anni, il solo ministero degli Esteri ha visto lievitare il proprio budget per la propaganda da 520 a 670 milioni di shekel, soldi sottratti perlopiù all’istruzione superiore. Eppure, con tutte quelle risorse, la macchina si è inceppata.
Ma c’è un’altra verità che emerge da queste carte, ed è forse la più scomoda per chi quei soldi li ha stanziati e spesi. Perché mentre l’apparato propagandistico litiga per fatture non pagate e stipendi arretrati, fuori dai palazzi del potere, a Gaza come in Cisgiordania, il sangue continua a scorrere. E la macchina dell’Hasbara, con i suoi influencer, i suoi studi televisivi e i suoi viaggi a L’Aia, non serve a raccontare una verità: serve a coprire l’indicibile. Serve a confezionare una narrazione presentabile per un massacro che davanti ai tribunali internazionali si cerca di far passare per legittima difesa. Serve a proteggere chi prende le decisioni nei bunker e a creare cortine fumogene davanti alle macerie dei bombardamenti.
Ma tutto questo sforzo, questo esercito di portavoce e consulenti pagati profumatamente, rischia di rivelarsi inutile. Perché la realtà, quella dei corpi straziati sotto le macerie, delle madri che piangono i figli e dei bambini che muoiono di fame mentre i politici parlano in mondovisione, è più ostinata di qualsiasi narrazione. E alla fine, mentre i tribunali israeliani discutono su chi deve pagare gli stipendi dei propagandisti, sono altri tribunali, quelli internazionali, a dover giudicare ben altro: crimini di guerra, pulizia etnica, genocidio. Parole pesanti come macigni, che nessuna campagna di comunicazione, per quanto ben finanziata, potrà mai cancellare.

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