La strategia iraniana tra dialogo regionale e pressione occidentale

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La strategia iraniana tra dialogo regionale e pressione occidentale

Nel pieno di una nuova escalation verbale e militare innescata da Washington contro Teheran, l’Iran ribadisce: apertura al dialogo, ma nessuna disponibilità a negoziare sotto minaccia. Il presidente Masud Pezeshkian ha ribadito che la Repubblica Islamica “non accoglie né accoglierà mai la guerra” e considera la diplomazia l’unica via sostenibile per la stabilità regionale. Il messaggio è stato affidato a una telefonata con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed, segnale dell’importanza attribuita da Teheran al coordinamento regionale.

Secondo Pezeshkian, la pace in Medio Oriente può essere costruita solo attraverso sforzi congiunti dei Paesi della regione, mentre le potenze esterne contribuiscono ad alimentare instabilità e tensioni. Il presidente iraniano ha puntato il dito contro Stati Uniti e Israele, accusandoli di azioni ostili che vanno dalle sanzioni economiche alle minacce militari, fino al sostegno ai disordini interni. Una linea coerente con quella del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che ad Ankara ha chiarito la posizione iraniana: Teheran è pronta sia alla guerra sia ai negoziati, ma non accetterà “dettami o imposizioni”. Per Araghchi, eventuali colloqui sul dossier nucleare possono avvenire solo su basi di uguaglianza, rispetto reciproco e interessi comuni.

La diplomazia, ha insistito, non può svilupparsi “all’ombra delle minacce”, mentre le capacità difensive e missilistiche dell’Iran restano fuori da qualsiasi tavolo negoziale. Il contesto, tuttavia, è sempre più teso. Washington ha rafforzato la presenza militare nella regione, con gruppi navali schierati nel Golfo e dichiarazioni esplicite del presidente Donald Trump sulla possibilità di nuovi attacchi. Una pressione che, secondo Teheran, rischia di trasformare qualsiasi incidente in un conflitto regionale su larga scala. Anche attori terzi esprimono preoccupazione. La Russia, attraverso il suo rappresentante all’ONU Vasili Nebenzia, ha avvertito che un attacco statunitense è possibile, pur riconoscendo che oggi l’Iran appare militarmente più preparato rispetto al giugno 2025. Un elemento che rafforza la logica della deterrenza, ma aumenta al tempo stesso i rischi di errore di calcolo.

Nel frattempo, Paesi come la Turchia e gli Emirati cercano di ritagliarsi un ruolo di mediatori, opponendosi apertamente a un intervento militare e sostenendo la ripresa dei negoziati. Il quadro che emerge è quello di una regione sospesa tra diplomazia e confronto armato, dove il linguaggio della forza convive con appelli alla razionalità. Per l’Iran, la linea resta duplice ma coerente: dialogo sì, guerra no: ma solo a condizioni che non mettano in discussione sovranità, sicurezza e dignità nazionale.


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