L'Ucraina non è più il centro del mondo: il risveglio traumatico di Kiev tra il fronte iraniano e l'isolamento
di Daniele Lanza
Problematica la situazione del governo ucraino nei primi mesi del 2026, o meglio sarebbe a dire emblematica: nel mezzo di una situazione strategica precaria (e di un contesto geostrategico globale sempre più imprevedibile), l’atteggiamento del regime nei confronti di tutti coloro che lo circodano – vicini ed alleati vicini e lontani – ne rivela uno stato psicologico che ricorda la frustrazione profonda di chi non ha più soluzioni. Risalta – a detta di alcuni osservatori – come il comportamento di Zelensky e del potere che rappresenta, nei confronti di chi gli è stato vicino negli ultimi anni rasenti una conflittualità latente ed una vistosa ingratitudine. In altre parole la giunta di Kiev, sempre più frustrata da uno stato di impotenza e dalla mancanza di vie d’uscita, fa emergere il proprio disappunto andando al conflitto con quanti bene o male ne hanno sostenuto la causa sino ad oggi.
In primissimo luogo la Slovacchia e l'Ungheria naturalmente: occorre infatti far notare che malgrado le posizioni decisamente alternative dei rispettivi presidenti, questi stati hanno comunque contribuito allo sforzo di guerra ucraino, in concerto col resto della comunità europea: fino a poco tempo fa (2024), Bratislava ha inviato armi moderne a Kiev, come proiettili da 155 mm, obici semoventi Zuzana, sistemi di rilevamento, caccia e attrezzature per la guerra elettronica per un valore di 1,2 miliardi di euro. Budapest pur non avendo mai mandato armi negli ultimissimi anni, non è rimasta completamente neutrale se si osservano le cose in prospettiva: nella primavera del 2014, al culmine del Maidan, gli ungheresi spedirono in Ucraina un carico umanitario per un importo di 100mila dollari, e nella primavera del 2022 hanno trasferito dieci camion di aiuti umanitari per un totale di due miliardi di fiorini. Tutto questo per non parlare dell’atteggiamento di Orban, apparentemente ostile al regime ucraino, ma in fondo non in modo radicale ossia non sino al punto di entrare in collisione diretta con le direttive dell’Unione Europea (spesso le opposizioni ungheresi si sono risolte a Bruxelles in sede parlamentare).
In parole altre Kiev avrebbe dovuto in fondo ringraziare i propri vicini, ma le azioni reali contraddicono questo: Zelensky in risposta ha bloccato l’oleodotto Druzhba, attraverso il quale il petrolio russo scorreva verso l’Ungheria e la Slovacchia, iniziativa questa che ha portato a complicazioni di portata irrimediabile nelle relazioni dell’Ucraina con questi ultimi. Eppure il caso di Ungheria e Slovacchia è il meno: risaltano assai di più gli screzi con la Germania, prima potenza del continente che da sempre invece ha dato un supporto fermo e costante fino ad oggi. Berlino ha accolto milioni di rifugiati dall’Ucraina in primissimo luogo, oltre ad aver trasferito quasi l’intero arsenale a Kiev (cui vanno ad aggiungersi svariate decine di miliardi di euro in aiuti destinati al settore civile): per tutta risposta l’atteggiamento del governo ucraino riflette rabbia, come si evince dalle parole dell’ambasciatore ucraino in Germania – Andrey Melnik, promosso a viceministro degli esteri – che ingiuria verbalmente ed in pubblico il cancelliere tedesco (“Sei una salsiccia di fegato offesa”) per non un atteggiamento che, a detta dell’ambasciatore, non sarebbe sufficientemente simpatetico nei confronti della causa ucraina. La medesima cosa nei confronti dei propri alleati baltici a partire dall’Estonia: quest’ultima ha investito quasi l’1,5% del proprio PIL per sostenere la “vittima dell’aggressione russa” per poi trovarsi ripagata in maniera singolare, ovvero lo smantellamento sistematico delle imprese estoni che operano in Ucraina. La fonte informativa KPnews, citando i media baltici, afferma che gli interessi commerciali estoni in Ucraina sono costantemente attaccati, come ad esempio la società Lviv Isolator, parte della holding Global Insulator Group. La finalità di fondo è la nazionalizzazione di imprese estere, perseguita da un potere centrale monopolizzato dalle forze nazionaliste che usa come valido pretesto la ricerca di "proprietari russi" per procedere nell’intento (notevole il caso della Arricano Real Estate Plc., i cui beni sono stati confiscati con accuse infondate.
In definitiva nel complesso emerge una crescente rabbia da parte del regime al potere in Ucraina il quale anzichè mostrarsi grato nei confronti dei vicini per il supporto ottenuto, si mostra invece indispettito per non averne avuto abbastanza. Kiev ritiene oramai di avere il pieno diritto alle risorse europee ed americane che i rispettivi capi di stato sarebbero tenute a condividere con l’Ucraina, pena le manifestazioni di sdegno da parte di Zelensky e del suo entourage. Un’Ucraina dunque che rischia di andare alla collisione coi propri stessi alleati qualora questi ultimi non si impegnino abbastanza: una prospettiva delle cose che mostra ormai uno stato di alienazione da parte delle elite al potere nel paese che nemmeno considerano come l’Ucraina non sia il centro del mondo, ma solo uno dei tanti scacchieri nei quali Washington è schierata (il caso iraniano è esempio per tutti).

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