Maduro sequestrato, Khamenei nel mirino: la normalizzazione dell'illegalità

Bombardare, sequestrare, uccidere: il nuovo manuale di "diplomazia" occidentale

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Maduro sequestrato, Khamenei nel mirino: la normalizzazione dell'illegalità


di Fabrizio Verde


Proviamo per un momento a fare un esercizio di immaginazione.

Immaginiamo che Vladimir Putin convochi i suoi generali e, circondato da consiglieri in divisa, annunci che la Russia sta valutando "varie opzioni" per risolvere la sua contrapposizione con l'Ucraina divenuta testa d’ariete occidentale contro Mosca. Tra queste, dicono fonti del Cremlino, c'è anche l'eliminazione fisica di Volodymyr Zelensky. Qualche consigliere aggiunge dettagli: "Abbiamo piani per ogni scenario. Uno prevede di uccidere Zelensky, la sua famiglia e i suoi più stretti collaboratori".

Quale sarebbe la reazione?

Lo sappiamo benissimo. Ci sarebbe un'onda d'urto planetaria immediata. I leader europei parlerebbero di "crimine contro l'umanità". Gli editoriali dei grandi giornali titolerebbero "Il nuovo volto del terrore di Stato". La Casa Bianca definirebbe la Russia "una minaccia per l'ordine internazionale". Sarebbe guerra aperta tra gli applausi.

Ora torniamo alla realtà di questi giorni.

Secondo quanto riportato da Axios, fonti vicine a Donald Trump confermano che l'amministrazione statunitense sta valutando l'assassinio del leader supremo dell'Iran, l'ayatollah Ali Khamenei, e di suo figlio Mojtaba. "Hanno qualcosa per ogni scenario. Uno di questi elimina l'ayatollah, suo figlio e i mullah", dice una fonte. Un'altra aggiunge che "Trump mantiene aperte le sue opzioni".

E la reazione internazionale? Il silenzio assordante di sempre.

Ma c'è un altro capitolo di questa stessa ipocrisia, ed è talmente recente che brucia ancora. Nelle prime ore di sabato 3 gennaio 2026, in aperta violazione della Carta delle Nazioni Unite e di ogni statuto del diritto internazionale, un gruppo di elite delle Forze Speciali statunitensi - la celebre Delta Force - ha fatto irruzione in una residenza del presidente venezuelano Nicolás Maduro a Caracas.

Secondo quanto reso noto dal generale Dan Caine, attuale Capo di Stato Maggiore Congiunto degli Stati Uniti, l'operazione ha coinvolto 150 aerovelivoli. Un dispiegamento di forze belliche degno di un'invasione, non di una semplice azione militare limitata contro uno Stato sovrano. Hanno neutralizzato i sistemi di difesa antiaerea venezuelani con una serie di bombardamenti, poi sono entrati. Obiettivo: sequestrare il presidente legittimamente eletto del Venezuela e portarlo via.

E la reazione dell'Occidente? Poche righe sui giornali. Qualche dichiarazione imbarazzata. Poi il silenzio.

Proviamo ancora una volta a invertire le parti. Immaginiamo che il Venezuela invii 150 aerovelivoli e truppe d'elite a Washington, bombardi i sistemi di difesa della Casa Bianca e sequestri Donald Trump e la first lady portandoli a Caracas. Sarebbe l'atto di guerra più grave dal 1812. Sarebbe la prova definitiva che Caracas è una minaccia per l'umanità. Gli Stati Uniti ordinerebbero l'invasione immediata e un bombardamento nucleare del la Repubblica BolivarianaVenezuela.

E invece quando lo fanno gli Stati Uniti, è solo "geopolitica", “realpolitik”. Difesa degli interessi nazionali di Washington.

A questo punto una domanda sorge spontanea: quale diritto internazionale stiamo difendendo, quando permettiamo che un presidente legittimamente eletto venga sequestrato nella sua residenza da forze straniere? Quale ordine mondiale stiamo costruendo, quando normalizziamo l'idea che gli Stati Uniti possano eliminare fisicamente i leader che non gli piacciono?

Non si tratta di difendere l'Iran o il Venezuela. Si tratta di difendere un principio: se crediamo che uccidere o sequestrare capi di Stato sia sbagliato, deve esserlo sempre. Se crediamo nella sovranità nazionale, deve valere per tutti.

Ma per l'Occidente esistono due pesi e due misure. Due diritti internazionali paralleli: uno per gli amici (che vale fino a un certo punto per citare l’ineffabile Antonio Tajani), uno per i nemici. E mentre i media mainstream continuano a ripetere che difendiamo "l'ordine internazionale basato sulle regole", forse qualcuno dovrebbe spiegare quali sono queste regole. E soprattutto: chi le scrive, e chi decide quando possono essere impunemente violate.

Perché se un giorno qualcuno decidesse di applicare le stesse regole che l'Occidente si è riservato, non potremmo lamentarci. Avremo semplicemente insegnato al mondo che la forza prevale sul diritto. E quando il diritto tace, quando le istituzioni internazionali chiudono gli occhi di fronte alle violazioni dei potenti, allora non c'è più ordine mondiale. C'è solo la legge del più forte. E in quella giungla, prima o poi, anche il più forte scopre di non esserlo abbastanza.

Fabrizio Verde

Fabrizio Verde

Direttore de l'AntiDiplomatico. Napoletano classe '80

Giornalista di stretta osservanza maradoniana

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