Militari USA in Messico: cosa sta realmente accadendo?
Il Messico autorizza l’ingresso di 139 militari statunitensi, ma mette nero su bianco un principio preciso: nessuna subordinazione e nessuna operazione di combattimento sul territorio nazionale. Il Senato messicano ha approvato all’unanimità l’ingresso dei militari della Divisione Aviotrasportata dell’Esercito USA, armati, per un’esercitazione congiunta in programma dal 20 al 30 settembre a Chihuahua. Si tratta di una pratica tutt’altro che eccezionale. Negli ultimi anni centinaia di militari statunitensi sono entrati in Messico per attività di formazione e addestramento delle forze armate messicane. Durante il primo anno della presidenza di Claudia Sheinbaum, secondo un conteggio citato dalla rivista Proceso, sarebbero stati 540 i militari stranieri entrati nel Paese, soprattutto statunitensi. La cornice giuridica, però, è altrettanto importante.
La Costituzione messicana affida al Senato l’autorizzazione all’ingresso di truppe straniere e vieta che queste attività si trasformino in operazioni militari o interventi nella sicurezza interna. È proprio questo il punto sul quale Sheinbaum continua a mantenere una linea netta nei confronti di Donald Trump, che più volte ha evocato l’ipotesi di un intervento militare statunitense contro i cartelli della droga in Messico. Cooperazione, dunque, sì. Subordinazione, no. E mentre Washington preme per una maggiore presenza sul fronte della lotta al narcotraffico, il governo messicano rafforza autonomamente il controllo del proprio territorio. Nello Stato federato di Sinaloa sono stati infatti dispiegati altri 1.800 uomini tra Marina e Segreteria della Sicurezza, con oltre 130 unità operative, per rafforzare pattugliamenti, vigilanza e prevenzione.
A questi si aggiungono più di 15.900 militari della Difesa già presenti nello Stato, portando il dispositivo federale complessivo a circa 20 mila uomini. Mazatlán, Culiacán e i principali tratti stradali della regione saranno al centro del rafforzamento, con l’obiettivo dichiarato di aumentare la presenza dello Stato e la capacità di risposta contro i reati ad alto impatto. Il quadro che emerge è quindi quello di un Messico che intensifica la cooperazione militare con gli Stati Uniti, ma contemporaneamente ribadisce la propria sovranità e punta sulle proprie forze per la sicurezza interna.
Una distinzione tutt’altro che secondaria, soprattutto mentre da Washington continua ad arrivare la pressione per trasformare la lotta al narcotraffico in una questione di intervento militare. Non è un mistero che paesi come Messico e Brasile siano nel mirino di Washington nell’ambito della nuova Dottrina Monroe 2.0 lanciata dall’amministrazione Trump.
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