L'interregno globale e le faglie dei BRICS

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L'interregno globale e le faglie dei BRICS

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di Geraldina Colotti

Il XVIII Vertice dei BRICS, ospitato a Nuova Delhi sotto la presidenza indiana e conclusosi con l'adozione della Dichiarazione Finale, restituisce la fotografia  di un interregno globale in cui la Pax Americana e il vecchio ordine unipolare vacillano, ma l'alternativa geopolitica emergente riflette le profonde contraddizioni di un'alleanza i cui membri – fatto salvo il modello particolare della Cina, fondato sul socialismo di mercato e sul forte controllo statale -  operano all'interno del sistema capitalistico classico: senza mettere in discussione lo sfruttamento del lavoro o la proprietà privata dei mezzi di produzione.  L'obiettivo strategico del blocco non è l'abbattimento del capitale, bensì una rinegoziazione dei rapporti di forza nell'architettura finanziaria globale, volta a superare il monopolio delle istituzioni occidentali come il Fondo Monetario Internazionale e a costruire circuiti finanziari ed economici alternativi ed autonomi come il Nuovo Banco di Sviluppo, il cui capitale è stato recentemente portato a 200 miliardi di dollari con l'ingresso di nuovi soci come l'Indonesia e le monarchie del Golfo. 

L'Argentina non è entrata invece nei BRICS. Era stata invitata ufficialmente ad entrare (insieme a Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) durante il vertice dell'agosto 2023, sotto la presidenza di Alberto Fernández, con l'ingresso previsto formalmente per il 1° gennaio 2024. Tuttavia, a dicembre 2023, prima che quella data arrivasse e che l'adesione diventasse effettiva, Javier Milei ha vinto le elezioni e ha inviato le lettere formali ai leader dei BRICS per revocare e annullare quell'adesione, bloccando l'ingresso del paese, e operando una virata atlantista e filo-statunitense radicale. 

La Dichiarazione di Nuova Delhi ha cercato di bilanciare le spinte di un Sud Globale che vede nella multipolarità un'opportunità per sottrarsi ai diktat di Washington, affrontando nodi cruciali del commercio e della sicurezza energetica. I leader hanno espresso profonda preoccupazione per il ritorno e l'inasprimento delle misure coercitive unilaterali - le sanzioni -, condannando esplicitamente il blocco economico contro Cuba e ribadendo la necessità di rafforzare i meccanismi di liquidazione transfrontaliera in valute nazionali per aggirare i circuiti di controllo occidentali come lo SWIFT. 

Nel testo si condannano fermamente le misure coercitive contrarie alla Carta delle Nazioni Unite e si respingono le barriere protezionistiche mascherate da dazi ecologici, ma l'equilibrio raggiunto risente fortemente del ruolo di cerniera e delle ambivalenze della leadership ospitante. L'India di Narendra Modi, infatti, incarna la contraddizione di un paese che promuove l'autonomia del Sud Globale nei BRICS ma mantiene al contempo una stretta alleanza strategica con gli Stati Uniti attraverso il QUAD, saldandosi profondamente con il blocco di potere sionista a livello mondiale e con il regime israeliano.

 Questa relazione non è semplicemente diplomatica, ma poggia su enormi dimensioni economiche e militari: l'India è diventata il principale acquirente mondiale di armamenti e tecnologie di sorveglianza avanzate di Tel Aviv, sperimentate direttamente sull'occupazione dei Territori Palestinesi. 

Sotto la guida del partito nazionalista indù Bharatiya Janata Party (BJP), l'asse strategico con Israele si nutre di una comune visione identitaria, militarista e reazionaria, che lega l'apparato securitario di New Delhi alla colonizzazione e all'apartheid sionista. Questa saldatura subalterna agli interessi imperialisti occidentali e israeliani neutralizza ogni velleità realmente antimperialista della politica estera indiana, trasformandola in un freno permanente all'interno dei BRICS e dimostrando come le ambizioni regionali di Nuova Delhi convivano con la piena integrazione nelle strategie di dominio globale di Washington e dei suoi alleati.  

Sul piano geopolitico mediorientale, il vertice si è svolto all'ombra dell'escalation provocata dall'aggressione congiunta di Stati Uniti, del regime sionista e delle potenze occidentali contro l'Iran. Tel Aviv, agendo come testa di ponte della strategia imperialista nella regione, ha cercato cinicamente di destabilizzare l'asse euro-asiatico, mentre le sanzioni e gli attacchi contro Teheran hanno messo a dura prova la tenuta diplomatica del blocco. 

Nonostante le difficoltà frapposte dalla presenza di attori eterogenei e legati a doppio filo a Washington — come gli Emirati Arabi Uniti —, e le tensioni vissute dalla stessa India per trovare una sintesi, il comunicato finale ha comunque imposto passaggi importanti, esigendo la massima moderazione, la fine degli attacchi alle infrastrutture e il sostegno incondizionato all'ammissione della Palestina come Stato membro a pieno titolo dell'ONU.

I lavori del vertice hanno evidenziato come l'integrazione economica dei BRICS poggi concretamente sulla cooperazione tra grandi aziende, sulle reti delle piccole e medie imprese e sui colossali investimenti nella transizione digitale e nell'intelligenza artificiale. Dalle proposte di Xi Jinping per creare una zona di accesso aperto all'intelligenza artificiale e piattaforme in nube per le industrie digitali, fino alle iniziative indiane sulla mobilità urbana, le Pymes e l'agroecologia, il blocco riflette la logica competitiva del mercato globale. 

I presidenti Vladimir Putin e Abdel Fattah al-Sisi hanno insistito sulla complementarietà delle economie e sulla necessità di stabilizzare i corridoi di trasporto strategici come il Canale di Suez, mentre il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha sottolineato come tre princìpi chiave — resilienza, cooperazione e sviluppo stabile — debbano guidare il lavoro futuro del blocco, e ha ribadito che la resilienza economica è impossibile senza sicurezza. Pezeshkian ha inoltre evidenziato il potenziale di Teheran nello sviluppo di vincoli commerciali, tecnologici ed energetici, grazie alla posizione geografica della repubblica che può portare a creare nuove rotte di cooperazione. 

Questo imponente sforzo di integrazione economica e tecnologica si scontra tuttavia con l'offensiva scatenata dall'amministrazione Trump, il cui ritorno alla Casa Bianca ha impresso una svolta apertamente neomercantilista e aggressiva all'imperialismo statunitense. La strategia della presidenza a stelle e strisce — imperniata sulla minaccia e sull'imposizione di dazi doganali generalizzati, sull'uso sistemico di sanzioni secondarie e sui meccanismi di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM) — mira direttamente a spezzare i tentativi di de-dolarizzazione e a reprimere la concorrenza tecnologica ed energetica dei BRICS. 

Di fronte a questa offensiva, la Dichiarazione di Nuova Delhi ha risposto opponendo di nuovo una dura condanna alle tariffe unilaterali e alle barriere protezionistiche mascherate da standard ambientali, rivendicando al contempo il diritto sovrano dei paesi emergenti sulle proprie risorse strategiche — dai minerali critici alle fonti energetiche — e la riforma urgente delle istituzioni di Bretton Woods e del Consiglio di Sicurezza ONU. 

Dietro la facciata dell'unità diplomatica e l'adozione unanime di un documento programmatico imponente, restano comunque aperte domande cruciali sul futuro reale del blocco. Fino a che punto le borghesie nazionali dei paesi membri, profondamente intrecciate con i mercati finanziari occidentali, saranno disposte a reggere l'urto delle sanzioni e dei dazi di Washington senza cedere a compromessi bilaterali? Riusciranno i BRICS a sterilizzare la frammentazione interna e i veti incrociati — evidenti nell'esclusione di attori chiave come il Venezuela e nel congelamento di Cuba allo status subalterno di "Paese Partner" — di fronte all'accelerazione della crisi globale? 

Intanto, come ha sintetizzato il presidente iraniano, i BRICS non sono più semplicemente un formato di cooperazione tra economie in via di sviluppo, bensì il simbolo dell'aspirazione a un mondo più equilibrato e incluso, in cui nessuna potenza abbia il diritto di determinare il destino di altri popoli. Un orizzonte di emancipazione formale che, pur muovendosi tra le contraddizioni dell'interregno e la logica degli stati capitalisti, apre faglie decisive nell'egemonia unipolare e spazi oggettivi per la ripresa della lotta antimperialista globale. 

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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