Neutralità come Complicità: Gaza e il Collasso Morale del Discorso Occidentale

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Neutralità come Complicità: Gaza e il Collasso Morale del Discorso Occidentale

 

 

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

 

Come ha osservato Pierbattista Pizzaballa, “Venite con me a Gaza, parlate con la mia gente che ha perso tutto, e poi ditemi che devo essere neutrale.” In quella frase si concentra una verità che gran parte del discorso politico e mediatico occidentale ha lavorato duramente per evitare. La neutralità, in determinate circostanze storiche, non è un risultato morale, ma un meccanismo di complicità. Nel caso di Gaza, non è equilibrio, ma abdicazione.

Il linguaggio della neutralità presuppone simmetria. Presume due parti comparabili, due forme di violenza approssimativamente equivalenti e due insiemi di responsabilità che possono essere messi a confronto. Eppure ciò che si sta svolgendo a Gaza non ha nulla a che vedere con questo schema. Non si tratta di una guerra condotta entro limiti giuridici riconoscibili, ma di una campagna prolungata diretta contro una popolazione civile intrappolata, privata di vie di fuga, protezione e dei mezzi fondamentali di sopravvivenza. Le uccisioni di massa, la distruzione sistematica delle infrastrutture civili, il targeting di ospedali, abitazioni e università, e la produzione deliberata di fame e malattie non sono effetti collaterali sfortunati del combattimento. Sono la sostanza stessa della politica.

Il diritto internazionale umanitario è inequivocabile. La punizione collettiva è proibita. L’uso della fame come metodo di guerra è proibito. La distruzione di infrastrutture indispensabili alla vita civile è proibita. Quando tali atti non sono isolati ma ripetuti, quando vengono pubblicamente difesi e accompagnati da dichiarazioni esplicite di ministri e alti funzionari che invocano distruzione, espulsione o cancellazione, l’intento non deve più essere dedotto. È dichiarato apertamente.

In questo contesto, gli appelli all’“equilibrio” o all’“equidistanza” assumono un carattere grottesco. Essi esigono che coloro che subiscono una violenza estrema moderino l’espressione della propria realtà per preservare il comfort emotivo di osservatori lontani e governi alleati. La sofferenza vissuta viene subordinata alle esigenze reputazionali e politiche degli Stati occidentali, delle istituzioni mediatiche e delle élite riluttanti ad affrontare la propria complicità.

La neutralità, così intesa, non è passiva né innocente. È una posizione attiva che rifiuta di nominare i crimini, declina l’assegnazione delle responsabilità e tratta un’asimmetria schiacciante come complessità morale. Storicamente, tale neutralità ha sempre servito il potere. Ha fornito copertura etica alla schiavitù, al dominio coloniale, all’apartheid e alla pulizia etnica, permettendo all’ingiustizia di persistere sotto la maschera della moderazione. Non si può rivendicare neutralità di fronte alla distruzione deliberata di una società senza, in pratica, accettare quella distruzione.

Coloro che continuano a invocare la neutralità in relazione a Gaza non si collocano al di sopra del crimine. Si collocano al suo fianco. Diluiendo la responsabilità e normalizzando l’atrocità, contribuiscono a trasformare una violenza straordinaria in rumore di fondo. La storia non giudicherà soltanto coloro che hanno impartito gli ordini o li hanno eseguiti. Giudicherà anche coloro che hanno visto chiaramente e hanno scelto il linguaggio dell’equilibrio per evitare un confronto morale e politico.

Gaza è stata distrutta sotto gli occhi del mondo. Non in segreto, non nel silenzio, ma in condizioni di visibilità costante. Che ciò sia stato possibile non è dovuto soltanto alla forza militare. È anche il prodotto di un vocabolario politico e morale che ha riformulato l’annientamento come dibattito e la complicità come moderazione. In questo senso, la neutralità non è stata un fallimento periferico. Ha funzionato come l’alibi finale per un’atrocità di massa.


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Note sugli Autori

Tawfiq Al-Ghussein è scrittore e analista politico. Il suo lavoro si concentra sulla Palestina, sul Mediterraneo orientale e sull’economia politica del conflitto e della ricostruzione. Analizza il diritto internazionale, le strutture di potere coloniale, la politica energetica e la memoria storica, con particolare attenzione a Gaza e alla Cisgiordania. Ha scritto ampiamente sulla complicità occidentale nelle politiche israeliane e sull’uso strumentale della neutralità.

Rania Hammad è scrittrice e ricercatrice. Il suo lavoro si concentra sulla storia palestinese, sull’etica politica e sul potere della narrazione in condizioni di occupazione e sfollamento. Si occupa del ruolo del linguaggio e della cornice mediatica nel plasmare le risposte globali alle atrocità, nonché delle conseguenze sociali vissute dell’assedio prolungato e della violenza strutturale.

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