Iran-USA, la guerra delle narrazioni e il nodo strategico dello Stretto di Hormuz

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Iran-USA, la guerra delle narrazioni e il nodo strategico dello Stretto di Hormuz

In una lunga lettera aperta rivolta al popolo statunitense, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian mette in discussione la reale natura della politica estera di Washington: “America First” o, piuttosto, una strategia condizionata da interessi esterni, fino a trasformare gli Stati Uniti in un “proxy” di Israele? È una domanda che arriva nel pieno di un’escalation militare e mediatica. Pezeshkian ricostruisce le radici dell’ostilità tra i due Paesi, indicando come punto di svolta il colpo di Stato del 1953, quando un intervento statunitense interruppe il processo democratico iraniano. Da allora - tra sanzioni, sostegno allo Shah e tensioni regionali - si è consolidata una narrativa di confronto che Teheran oggi contesta apertamente. Secondo il presidente, l’Iran non rappresenta una minaccia reale, ma un nemico “costruito” per giustificare spese militari e dominio geopolitico.

Nel messaggio emerge un elemento chiave: la distinzione tra popoli e governi. Teheran afferma di non avere alcuna ostilità verso i cittadini statunitensi, invitandoli a guardare oltre le “narrazioni fabbricate” e a interrogarsi sui costi umani e strategici del conflitto. Sul piano politico, però, lo scontro resta duro. Il presidente statunitense Donald Trump ha recentemente dichiarato che l’Iran avrebbe chiesto un cessate il fuoco, affermazione prontamente smentita dal ministero degli Esteri iraniano. Il portavoce Esmail Baghaei ha definito tali parole “false e infondate”, mentre il ministro Abbas Araghchi ha ribadito che non esistono negoziati formali in corso. La posizione iraniana appare chiara: nessun cessate il fuoco senza garanzie concrete contro future aggressioni.

Al tempo stesso, Teheran si dichiara pronta a ogni scenario, inclusa una possibile escalation terrestre, pur lasciando aperta la porta a una soluzione negoziale. Nel frattempo, il baricentro strategico si sposta sullo Stretto di Hormuz, arteria fondamentale per il commercio energetico globale. Araghchi ha sottolineato che il controllo della rotta spetta esclusivamente a Iran e Oman, e che il transito è oggi limitato ai Paesi non coinvolti nel conflitto. Navi di Stati come India, Cina e Turchia continuano a passare, mentre quelle legate ai Paesi ostili restano escluse. Il futuro dello stretto è incerto: Teheran valuta l’introduzione di pedaggi e nuove regole di sicurezza, mentre Washington propone una gestione multinazionale per garantire la libertà di navigazione.

Due visioni opposte che riflettono un conflitto più ampio, dove economia, sicurezza e propaganda si intrecciano. In questo scenario, la vera partita si gioca non solo sul terreno militare, ma anche su quello della percezione globale. La domanda posta da Pezeshkian resta aperta: chi trae davvero vantaggio da questa guerra, e a quale prezzo per il futuro degli equilibri internazionali?


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