Usa. Dov’è finito il pivot-to-Asia?

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Il 6 gennaio 2012 Obama dal Pentagono presentava il documento "Sustaining U.S. Global Leadership: Priorities of 21st Century Defense", nel quale gli Stati Uniti rilanciavano il proprio impegno militare in Asia, malgrado i tagli previsti al bilancio della difesa. A quasi due anni da quel discorso, The Hedge propone una riflessione circa l’impegno statunitense in Asia, sottolineando come le parole pronunciate da Obama si siano sempre più rivelate un contenitore vuoto, privo di elementi concreti, soprattutto dal punto di vista delle politiche.
 
In un precedente articolo del L’Antidiplomatico le fragilità della politica estera americana nelle aree d’interesse USA erano già state evidenziate. Secondo the Hedge la politica estera in Asia, soprattutto alla luce del pivot, si rivela del tutto inadeguata.
Elisabeth Economy, esperta di politica nazionale ed estera cinese presso il Council on Foreign Relations, sostiene che l’amministrazione abbia avviato tutta una serie di iniziative, discorsi, riflessioni riguardanti la regione asiatica e che ciò dimostrerebbe che tale area riveste un ruolo cruciale per gli interessi di politica estera USA.
Alcuni alti ufficiali del governo statunitense, ad esempio, si sono recati in Asia recentemente: la visita del Segretario del Tesoro, Jack Lew, è stata importante in quanto la tematica economica è stata riportata al centro del dibattito dopo che gli aspetti di natura militare avevano avuto la meglio negli ultimi mesi. Anche Biden ha fatto visita a Xi Jinping, con il quale mantiene un buon legame sin dai tempi in cui l’attuale leader cinese era vice-presidente. 
Malgrado questi aspetti positivi, non va dimenticato che Obama è stato costretto a rinviare la visita in Asia, prevista in seno all’APEC, Asia-Pacific Economic Cooperation, a causa dei problemi legati allo shutdown. Kerry ha presenziato in maniera opaca, abbandonando il forum prima della visita nelle Filippine al fine di recarsi in Europa per urgenze legate alla questione siriana. Malgrado la situazione emergenziale presente nelle Filippine, il Segretario di Stato non ha ancora riprogrammato l’appuntamento previsto. Mentre la visita di Obama di ottobre è stata riprogrammata ad aprile, momento piatto dal punto di vista internazionale in quanto non sarà prevista alcuna conferenza rilevante.
 
Molto gravi le assenza diplomatiche in Cina e Giappone: nel primo caso Gary Locke, che ha rassegnato le sue dimissioni, ancora non è stato rimpiazzato da Obama, ragion per cui si prevede un periodo di sei mesi in cui l’ambasciata statunitense in Cina sarà priva del proprio ambasciatore. In Giappone, invece, è stata nominata Caroline Kennedy, priva di qualsiasi esperienza in ambito diplomatico. La Kennedy si è insediata a metà novembre, tre mesi dopo che il precedente ambasciatore aveva lasciato il paese, in agosto.
 
Vi è chi denuncia l’assenza di una figura chiave dell’amministrazione Obama in Asia o in Cina, allo stesso modo in cui lo sono stati il Segretario di Stato Hillary Clinton e il Consigliere alla Sicurezza Nazionale Tom Donilon durante la prima amministrazione Obama. John Kerry ha ormai segnato il Medio Oriente come regione che attira maggiormente la sua attenzione. 
 
Ma l’aspetto più problematico riguarda le politiche: Stati Uniti e i partners del Trans-Pacific Partnership avevano posto il 2013 come scadenza per raggiungere un accordo sul testo del trattato, data impossibile da rispettare alla luce delle condizioni attuali. In ogni caso le negoziazioni si sono protratte troppo a lungo e difficilmente il Congresso approverà nel 2014, anno di elezioni, un accordo si libero scambio.

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