Venezuela, un mese dal sequestro Maduro: il popolo in piazza chiede liberazione

Tra il ricordo dell'ultima intervista e la ferocia dell'attacco, il paese dimostra unità

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Venezuela, un mese dal sequestro Maduro: il popolo in piazza chiede liberazione

Esattamente un mese fa, nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, il destino del Venezuela è stato scosso da un criminale assalto militare statunitense. Esplosioni violente hanno squarciato il cielo di Caracas, colonne di fumo oscuro si sono alzate sulla città e una notizia ha colpito come un pugno il popolo venezuelano: il presidente costituzionale Nicolás Maduro e la prima combattente Cilia Flores erano stati sequestrati e condotti negli Stati Uniti. A un mese di distanza, il paese vive tra il ricordo vivido di quegli istanti, una protesta ferma e una speranza incrollabile.

La testimonianza più diretta di quelle ore che precedettero la tragedia arriva dal giornalista Ignacio Ramonet, che aveva intervistato il presidente pochi giorni prima. Ramonet descrive una Caracas calma e festosa nella vigilia di Capodanno, nonostante le minacce e la colossale forza militare dispiegata al largo delle coste venezuelane. Ricorda un Maduro in forma spettacolare, agile e sereno, che guidava personalmente la propria auto senza scorte visibili per le strade della capitale durante l'intervista. Un uomo che, nonostante una taglia di cinquanta milioni di dollari sulla sua testa, insisteva sulla necessità del dialogo con Washington: "Tutto è possibile, tranne lo scontro militare". Ramonet rievoca l'immagine finale di quella serata: il presidente e sua moglie Cilia, soli, amorevoli e fiduciosi sotto il cielo di Caracas, ignari della ferocia che li avrebbe travolti due notti dopo. "Ma per fortuna sono vivi... e torneranno!", conclude con forza il giornalista in un articolo apparso su Telesur.

Oggi, a Caracas, il clamore per il loro ritorno riempie le piazze. In occasione del triste anniversario, una grande marcia attraversa Caracas, convocata dal Partito Socialista Unito del Venezuela. Lavoratori, studenti, movimenti popolari e organizzazioni sociali si riuniscono per percorrere l'Avenida Libertador e l'Avenida Urdaneta, chiedendo a gran voce la liberazione dei loro leader. Nahum Fernández, segretario di Mobilitazione di Strada del Psuv, ha sottolineato come questa mobilitazione sia una dimostrazione di resistenza e lealtà di fronte alle pressioni internazionali. "Scendiamo in piazza con forza e amore, chiedendo il loro ritorno. L'unità è la nostra più grande forza", ha affermato, ribadendo che l'obiettivo principale di questa lotta è il ritorno dei leader e la difesa di un Venezuela libero e sovrano.

 
 
 
 
 
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Un messaggio di struggente forza è arrivato dal figlio del presidente, il deputato Nicolás Maduro Guerra, che ha condiviso pubblicamente il proprio dolore e la propria determinazione. "Un mese senza i tuoi consigli, la tua prontezza di risposta, la tua saggezza... È stato difficile? Sì, molto difficile.", ha scritto, descrivendo un mese di assenza percepita in ogni istante. Tuttavia, dalle sue parole emerge anche una certezza: quella di un popolo preparato da Maduro stesso ad affrontare questa prova, triste ma fortificato dalla sua eredità di serenità. "Papà, continuiamo a vincere nel nome di Dio e tu sarai con noi prima o poi", è la sua speranza, che si chiude con la promessa di un abbraccio futuro per continuare il cammino di Bolívar e Chávez.

La condanna per quello che viene definito un "vile sequestro" e un "attacco contro la nazione" non viene solo dall'interno del paese. La Cina, a un mese di distanza, ha ribadito la sua posizione netta, attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri Lin Jian. Pechino ha bollato le azioni statunitensi come "azioni egemoniche" che violano gravemente il diritto internazionale, ledono la sovranità del Venezuela e minacciano la pace nella regione. "La Cina si oppone fermamente a questo", ha dichiarato il portavoce, assicurando il sostegno di Pechino a Caracas nella salvaguardia della propria sovranità e dignità, e impegnandosi a collaborare con la comunità internazionale per difendere i principi delle Nazioni Unite e l'equità internazionale.

Un mese dopo quella notte nefasta, il Venezuela vive quindi una dimensione sospesa, tra il ricordo di una normalità violata e la lotta per ripristinarla. La richiesta di liberazione arriva potente da Caracas, sostenuta dalla memoria di quella serena fiducia mostrata da Maduro e Flores poco prima dell’assalto criminale, e dalla certezza che, come scritto da un figlio e gridato da un popolo, il loro ritorno avverrà "più presto che tardi".

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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