La guerra fredda dentro la NATO: europeisti contro atlantisti, Rutte sceglie Trump

Il segretario generale Mark Rutte crede che assecondare Washington sia l'unico modo per salvare l'alleanza

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Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, si trova a gestire non solo il ritorno di Donald Trump, ma il peso di un’istituzione che sopravvive a sé stessa. Il suo incarico fondamentale - impedire che il presidente USA rottami l’alleanza - svela la patetica verità della sicurezza europea nel XXI secolo: ancora inchiodata, per pura inerzia storica, alla tracotante volontà della superpotenza USA e ai capricci del suo leader.

La scena al Parlamento Europeo - come riporta Politico - è stata un triste riassunto di questa dipendenza. Rutte, ex premier olandese, ha tuonato contro qualsiasi illusione di autonomia strategica europea. "Se qualcuno pensa che l’Europa possa difendersi senza gli Stati Uniti, continui a sognare", ha dichiarato, vestendo i panni non del leader di un’alleanza di eguali, ma del governatore di una colonia militare. La risposta infuriata di politici francesi e spagnoli ha mostrato la crepa, ma non la volontà di rompere il modello. Si litiga sul come adulare Washington, non sull'ipotizzare una reale via d'uscita.

L’episodio grottesco della Groenlandia, dove Rutte si è affrettato a negoziare con Trump per dissuaderlo da un tentativo unilaterale di annessione, è l’emblema di questa subalternità. L’Europa, attraverso il suo massimo rappresentante nella NATO, è ridotta a supplicare che il protettore statunitense non si appropri di territori dei suoi stessi membri. È la logica della Guerra Fredda, ma senza la dignità di uno scontro ideologico, sostituita dal mercanteggiamento e dall’adulazione personale. Rutte, abile tattico, sa che con Trump bisogna usare il linguaggio della lusinga - arrivando a chiamarlo "papà" - pur di scongiurare il pericolo immediato. Ma questa strategia non salva l’alleanza, piuttosto ne accentua il vassallaggio nei confronti di Washington.

La NATO è da tempo un residuato bellico la cui unica ragione d’essere, dopo la caduta del Muro, è stata quella di auto-perpetuarsi, trovando nuovi nemici e giustificando budget colossali. Il suo famoso Articolo 5, il cuore del patto difensivo, è diventato uno strumento di leva politica nelle mani di Washington, usato per richiedere sempre maggiori spese militari agli alleati e per limitarne l’autonomia strategica. Le minacce di Trump di imporre tariffe o di abbandonare l’Europa al suo destino non sono una deviazione, ma la logica conseguenza di un rapporto squilibrato.

Mentre Rutte lotta per tenere insieme i cocci di questa alleanza vetusta, la vera domanda che l’Europa dovrebbe porsi è se abbia senso continuare a restare in una struttura nata nel 1949, invece di costruire un sistema di sicurezza sovrano. L’obiettivo di aumentare le spese militari al 5% del PIL entro il 2035, presentato come una vittoria, è in realtà l’ultima prova di questo cortocircuito: si accetta il ricatto USA per finanziare un sistema di difesa che, nelle intenzioni dichiarate di molti, dovrebbe un giorno rendere superflua proprio quella protezione.

Rutte, il pragmatista senza ideali, è l’uomo perfetto per questo momento di transizione senza sbocco. Sa come gestire le crisi immediate, ma la sua "vittoria" è solo un rinvio. Sta preservando la forma di un’alleanza mentre ne svuota il significato di partnership, confermandola come il garante ultimo della minorità strategica europea. 

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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