Solidarietà da salotto e disgusto per la piazza

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Solidarietà da salotto e disgusto per la piazza

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di Pasquale Liguori

 

La narrazione dominante si ciba di frammenti: un video di pochi secondi, un agente a terra, l'impatto di un oggetto. Tanto basta alla retorica mainstream per operare una chirurgia della realtà, amputando dal contesto le cariche indiscriminate, i lacrimogeni ad altezza d’uomo e la militarizzazione di un intero quartiere, per degradare cinquantamila manifestanti al rango di orda delinquenziale. Ma se la reazione della destra di governo è fisiologica, e se non sorprende la rincorsa di Schlein e Conte - in affannosa gara con Meloni per accreditarsi come “potabili” concorrenti istituzionali - ciò che disvela il vero abisso del nostro tempo è la postura di una specifica intellighenzia “progressista”.

Parliamo di quella classe intellettuale che fino a ieri tentava di intestarsi, senza merito alcuno, una quota morale delle piazze per Gaza. Un posizionamento, il loro, sempre attento a un logorante equilibrismo: ostentare solidarietà a parole senza mai compromettersi troppo, attenti a non urtare la suscettibilità di antiche amicizie e sodalizi sionisti. Oggi, quegli stessi soggetti si ritraggono disgustati di fronte agli scontri di Torino, bollati come inutili o dannosi, palesando un'inconsistenza politica che trascende l'ingenuità per sfociare nella malafede.

Siamo spettatori di una schizofrenia valoriale grottesca. Questa élite intellettuale ha edificato il proprio capitale simbolico sulla celebrazione delle rivolte altrui, purché esotiche e distanti. Molti tra essi hanno osannato le molotov di Hong Kong come baluardi di democrazia e si sono commossi per la recente furia dei rivoltosi iraniani contro i Basij. Ma quando quel conflitto, con intensità ben più contenute, tocca il suolo italiano, quando la rabbia esce dallo schermo e minaccia il decoro urbano, il “partigiano” muta improvvisamente in “facinoroso” e la resistenza degrada a teppismo.

Il messaggio è cristallino quanto cinico, intriso di un evidente sguardo orientalista: la reazione violenta è accettabile, quasi antropologicamente “naturale”, laggiù, tra i popoli oppressi, specialmente se utile alla narrazione occidentale. Ma se quella stessa dinamica mette in discussione il nostro status quo, garantito dai privilegi di chi verga editoriali dai salotti, diviene un crimine inaccettabile. È qui che si svela la natura spuria della loro solidarietà alla Palestina.

L’evanescenza delle manifestazioni “oceaniche e multicolori”, tanto care a costoro, è ormai verificata. Erano piazze comode, depoliticizzate, dove la solidarietà per la Palestina era vissuta come puro consumo etico, un accessorio identitario da sfoggiare prima dello shopping natalizio. Finito dicembre, archiviata la stagione televisiva del genocidio, è rimasto il vuoto. Di Gaza non si è voluto capire nulla. Si è preferito ignorare che la resistenza palestinese non è un pranzo di gala, né una mera richiesta di aiuto umanitario, ma una lezione tragica e materiale di lotta contro un capitalismo genocida, fondato sulla sorveglianza e sull'apartheid tecnologico. Per recepire questa lezione, avrebbero dovuto accettare la complessità del reale, superando il disgusto per le fazioni combattenti che, piaccia o meno, costituiscono la risposta concreta a un'occupazione militare. Invece, per adeguamento al pensiero unico e per non sporcarsi le mani, si uniscono al coro di condanna, pretendendo che l'oppresso resista secondo le regole del galateo liberale, mentre viene schiacciato da una violenza sistemica che non conosce regole.

Hanno lungamente rifiutato di vedere negli anni che quei principi di oppressione combattuti a Gaza e in Cisgiordania - con sacrificio di sangue e non con petizioni online - sono gli stessi che il laboratorio israeliano esporta oggi nelle nostre metropoli. E di fronte a questa minaccia concreta, qual è la “tempestiva” risposta, lungimirante e acuta, dei benpensanti? Mi è stata segnalata una singolare proposta di clandestinità digitale. Una proposta di un classismo raggelante, spacciata per necessaria astuzia tattica ma perfetta per chi ha un Mac, una connessione in fibra e alcune ore di tempo libero tra un convegno e l'altro. Il precario che lavora dodici ore, lo studente strozzato dagli affitti, il migrante senza documenti che subisce lo sgombero di Askatasuna non hanno il lusso di “giocare agli hacker”. Per loro, la resistenza è quella - tanto vituperata per la sua presunta inefficacia - fatta di corpo, strada e fango.

Si tratta di un upgrade del classismo: vorrebbero una dissidenza asettica, compatibile con i ritmi dell'accademia e dell'aperitivo, negando la materialità dello scontro. E così, mentre i dispositivi di controllo e i sistemi di riconoscimento facciale — sperimentati per anni nell'indifferenza globale sul corpo vivo dei palestinesi — iniziano a blindare le nostre metropoli, la sinistra salottiera preferisce liquidare i manifestanti come relitti del passato. Quello che spacciano per approccio visionario altro non è che un sintomo di arretratezza culturale. È la scelta consapevole di chi, potendo optare tra la comprensione delle ragioni profonde del conflitto e il proprio decoro borghese, ha scelto di difendere il giardino di casa, esercitando il proprio ludibrio su chi, nella polvere, tenta ancora di opporre i corpi alla macchina della repressione e del controllo.

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