Indignazione e dubbi sul sequestro del giornalista francese Romeo Langlois
Tra la cordigliera orientale delle Ande e la selva amazzonica, la cosiddetta “zona rossa” delle FARC – Fronte Armato Rivoluzionario della Colombia – è il luogo dove è stato rapito il giornalista francese Romeron Langlois, il 28 aprile scorso.
Il fatto ha suscitato molta indignazione, considerando anche il fatto che le FARC avevano dichiarato circa due mesi fa, di non voler più utilizzare il rapimento come arma di finanziamento. Il 2 e il 4 aprile avevano anche liberato 10 prigionieri, per dimostrare la volontà di intraprendere la strada verso la pace; il rapimento del giornalista francese rappresenta sicuramente un passo indietro.
“Qui le esperienze ingannano. Sembra un paradiso e di colpo si converte in un inferno. La guerriglia non smette di minacciare. Purtroppo lo ha verificato il giornalista”, ha commentato Roosbelt Figueroa, un contadino di 39 anni.
Il generale Javier Rey, comandante dell'aviazione dell'esercito e colui che ha autorizzato l'inserimento di Langlois nella pattuglia militare caduta nell'imboscata, ha commentato che Langlois “è un ragazzo impetuoso che ha voluto mostrare la vera faccia delle FARC, che non hanno nulla a che vedere con il comunismo. Questo è quello che sta pagando”. Tuttavia molti sono anche gli interrogativi che suscita tale sequestro dal momento che alcuni rifugiati colombiani che vivono all'estero opinano che difficilmente una rivendicazione delle FARC verebbe fatta per telefono dal momento che verrebbe subito rintracciata e porterebbe ad un raid aereo dell'esercito. Inoltre difficilmente un singolo battaglione delle FARC rivendicherebbe un sequestro che interessa l'intera organizzazione. Si potrebbe quindi vedere in tale vicenda lo zampino dell'esecutivo di Bogotà nel maldestro tentativo di coprire l'incapacità di aver protetto un giornalista autorizzato per stare al seguito di un operazione molto forse troppo rischiosa?


