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India: la potenza riluttante

 

Segnali economici di ripresa, ma lo stesso debole approccio globale

di Alessandro Bianchi

Ad un anno di distanza dal panico finanziario prossimo annunciato dai mercati finanziari e nove mesi dopo che il governo ha intrapreso un nuovo sentiero di riforme economiche liberiste, la situazione dell'India mostra segnali contrastanti, ma con alcuni importanti spiragli di ottimismo per la tenuta complessiva della terza economia asiatica. Il problema fondamentale per il lungo periodo, tuttavia, resta sempre legato alla reticenza di Nuova Delhi di assumere una posizione di responsabilità che trasponga sul piano politico globale l'indubbio peso economico assunto negli ultimi anni.
 
La situazione economica: diversi problemi da affrontare. Secondo le ultime rivelazioni del Fondo Monetario Internazionale, l'India sta crescendo ad un tasso del 5%, il livello più basso da un decennio a questo parte, e nettamente inferiore a quel'8% che le autorità governative considerano da sempre il potenziale naturale di crescita cui aspirare per il paese. 
La decisione della Fed, recentemente annunciata da Ben Bernanke, di rallentare la politica monetaria aggressiva - quantitative easing (QE)  - complica le possibilità di una ripresa consistente nel breve periodo. Negli ultimi ani, infatti, Nuova Delhi era stato uno dei principali beneficiari dell”hot money” prodotto dall'istituto di Bernanke con l'obiettivo di rilanciare l'economia americana ed i capitali stranieri che affluivano hanno permesso all'India di coprire i debiti dal lato della bilancia dei pagamenti.
I segnali recenti indicano alcuni parametri di allarme: il 26 giugno la rupia ha toccato un nuovo record al di sotto dei 61 centesimi per dollaro, il credit-default swaps della State Bank di India, il miglior indicatore per valutare il rischio del debito governativo indiano sono tornati ai livelli di un anno fa ed, infine, i titolari delle obbligazioni statali hanno ritirato 6,5 miliardi di dollari da metà maggio. In questo quadro, alcuni analisti sono arrivati ad ipotizzare uno scenario apocalittico in cui gli investitori in equity e le aziende multinazionali potessero decidere per una busca ed immediata uscita dal paese. 
Il declino della rupia di un quarto rispetto al 2011 potrebbe migliorare la competitività sui mercati stranieri delle imprese indiane, ma, nel breve periodo, le importazioni di combustibili più cari aumenta l'erogazione di sussidi da parte dello stato: entrambi gli effetti sono gestibili ma non lodevoli, ha recentemente commentaro Rajeev Malik di CLSA. Inoltre, le aziende statali sono in una difficile situazione debitoria e scosse da diversi scandali di corruzione: l'11 giugno scorso, ad esempio, gli investigatori hanno perquisito l'ufficio e la casa di Naveen Jindal, a capo di Jindal Steel & Power e quella di un parlamentare del partito del congresso all'interno di un'indagine di abuso di potere sulla gestione delle miniere di carbone. Le azioni dell'impresa sono crollate del 25%.
 
Un paese tutto sommato stabile. Tuttavia, come sottolinea l'Economist di questa settimana, nonostante la fine del QE negli Stati Uniti la stabilità finanziaria indiana è migliorata: lo stock di debito esterno è una cifra irrisoria - il 21%del Pil - ed il paese può gestire tranquillamente un'eventuale uscita di grandi investitori stranieri grazie anche alle ampie riserve straniere possedute dalla banca centrale indiana.
Come sottolinea Chetan Ahya di Morgan Stanley, inoltre, il deficit statale che arriverà nel marzo 2014 al 7% del Pil in vista delle spese governative che verranno effettuate a ridosso delle elezioni è completamente gestibile, potendo il paese permettersi un periodo prolungato con un deficit prossimo al 10%. Anche l'inflazione, infine è sotto controllo per la diminuzione generale dei prezzi delle commodities - cresciuti del 4,7% a maggio la metà del picco dell'anno precedente - ed anche quella dei beni di consumo, al 9,3%, rimane moderata e sotto controllo per Sanjeev Prasad di Kotak.
 
La spinta riformista: più ombre che luci. La grande spinta di riforme liberali intraprese lo scorso settembre dal governo Singh e dal ministro dell'economia Chidambaram mostra segnali contrastanti. La liberazione delle miniere di carbone e dell'elettricità non è in discussione, ma la decisione di permettere ad i supermercati stranieri di entrare nel settore alimentare interno è ancora in stasi con Walmart, Tesco ed altri colossi occidentali che stanno ancora aspettando prima di investire. Ed anche i progetti infrastrutturali annunciati con la creazione di un'apposita commissione guidata dallo stesso Singh sono in una fase di stanca.
In questo contesto, quindi, l'India non tornerà nel breve periodo ad i ritmi di crescita dell'8%, ma l'economia ha assunto una consistenza tale da resistere per un periodo prolungato alle restrizioni di capitale straniero conseguente al nuovo approccio della Fed. Periodo che però che Nuova Delhi non può sprecare nella sua lotta alla corruzione, alla redistribuzione della ricchezza ed alle riforme.
 
Una grande potenza riluttante. Da un punto di vista di politica estera, come sottolinea Manjari Chatterjee Miller in India's Feeble Foreign Policy A Would-Be Great Power Resists Its Own Rise, non bisogna attendersi un cambiamento rispetto all'attegiamento riluttante degli ultimi anni. E questo per tre motivi principali: in primo luogo, le decisioni della politica estera di Nuova Delhi sono spesso dettati dall'interesse di breve periodo e mai il frutto di una strategia a largo raggio. In secondo luogo, l'assenza di un grande pensiero strategico in India deriva sia dal poco e mal equipaggiato personale diplomatico, sia dall'assenza di think tank influenti nel paese. In India ci sono pochissime istituzioni di ricerca di politica internazionale e le poche sono spesso finanziate dalle multinazionali e quindi orientate sul commercio. 
Infine, la reticenza di Nuova Delhi è legata alle paure che un'India in ascesa potrebbe assumere responsabilità commisurate con i suoi poteri, con l'Occidente, in particolare gli Stati Uniti, che potrebbero fare pressione per rafforzare i suoi impegni a livello globale.

L'India si vede ancora come un paese in via di sviluppo che ha bisogno del protezionismo per proteggere le sue industrie nascenti e non farà concessioni sul cambiamento climatico, eventuale supporto ad interventi umanitari, né mostrerà la volontà di ridurre le barriere commerciali. Quello che l'occidente può iniziare a fare è rendere l'India maggiormente partecipe all'interno della comunità internazionale, assecondando una storica volontà del paese: sedere nel Consiglio di sicurezza dell'Onu come membro permanente. Sarebbe un passo importante che forzerebbe l'India a cambiare il suo approccio.
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