Smantellare la moneta unica. L'appello di sei economisti

Il progetto europeo si può salvare solo se Francia e Germania abbandonano insieme l'euro

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Smantellare la moneta unica. L'appello di sei economisti


Il capo economista di Markit, Chris Williamson, a gennaio ha definito la Francia "il nuovo malato d'Europa": con una crescita del Pil a zero, una disoccupazione crescente e una montagna di debito pubblico – per non menzionare le politiche di austerità contro-produttive in atto – è difficile sostenere il contrario. Dtata la profonda importanza della Francia per la stabilità politica ed economica dell'Europa, questo pone una minaccia diretta all'intero progetto europeo. 

Con questa premessa JOÃO FERREIRA DO AMARAL, BRIGITTE GRANVILLE, HANS-OLAF HENKEL, JEAN JACQUES ROSA, ANTONI SOY e JEAN-PIERRE VESPERINI  in un articolo pubblicato da The Project Syndicate sottolineano come gli sviluppi recenti confermano la diagnosi di Williamson: l'attività commerciale francese ha toccato un minimo a Dicembre, le imposizioni fiscali sono aumentate di 32 miliardi di euro lo scorso anno, mentre il deficit governativo è diminuito di un mero 8 milioni di euro, con il debito pubblico aumentato quindi dal 89% al 93$ del Pil e la disoccupazione che è passata dal 9,5% al 10,5%. La conclusione più ovvia è che l'austerità non è la risposta corretta. E infatti, proseguono i diversi autori, la Francia deve abbandonare queste politiche, per il suo bene e per quello dell'Europa. 
 
I problemi della Francia, come quelli di tutti gli altri paesi della zona euro in difficoltà, derivano dal fatto che il tasso di cambio dell'euro non è allineato con i fondamentali dei diversi paesi membri. Il risultato è che il tasso di cambio virtuale tra questi paesi e la Germania è estremamente sopravvalutato, in quanto i salari sono aumentati più velocemente e la produttività del lavoro più lentamente che in Germania. Dato che il tasso d'interesse nominale è fisso "per sempre" all'interno dell'euro, questi paesi hanno accumulato maggiori deficit rispetto alla Germania. 
 
Inoltre, proseguono i diversi autori, i tassi di cambio di questi paesi sono sopravvalutati anche rispetto a paesi terzi come gli Stati Uniti e il Giappone, mentre la moneta della Germania è sottovalutata, perché il tasso di cambio dell'euro è determinato dalla bilancia dei pagamenti della zona euro che gli immensi surplus commerciali tedeschi distorce. In poche parole, il tasso di cambio dell'euro non riflette l'equilibrio tra la Germania, da un lato, e la Francia e tutti gli altri paesi meno competitivi della zona euro, dall'altro. 
 
Le economie più deboli della zona euro sono ora di fronte a un dilemma: espandere in linea con i loro potenziali produttivi, ma incorrere in deficit esterni, o continuare con l'austerità, eliminando i deficit esterni attraverso la soppressione delle importazioni. Sotto la pressione della Germania, hanno finora perseguito la seconda opzione. L'attuale "austerità competitiva" è però irrazionale, soprattutto perché, minando la domanda interna, contraddice direttamente il principio fondante di un'unione monetaria, vale a dire che un mercato interno più grande dovrebbe agire in protezione degli schock di domanda esterni. Questo, rimarcano di diversi autori, sta causando sofferenze per tutti, compresa la Germania: dal 2007 al 2012, infatti, le esportazioni tedesche verso gli altri paesi della zona euro sono crollati del 9%, da 432 miliardi di euro a 393 miliardi di euro. 
 
La  politica monetaria comune che tutti sono costretti a seguire sta intensificando le pressioni deflattive nei paesi più deboli e quelle inflattive in Germania. Le popolazioni nelle economie stagnanti dell'euro zona stanno richiedendo sempre più che Berlino cambi le sue politiche, aumenti gli stipendi e attui misure volte a rilanciare consumi e scoraggiare i risparmi. Tutte misure che riscontrano una forte opposizione all'interno della Germania.
 
Per risolvere la crisi che inevitabilmente emergerà dall'attuale rigidità del sistema, sottolineano gli autori, alla fine la Germania sarà costretta a permettere una cancellazione dei debiti o tollerare un grande acquisto di bond da parte della Bce, che dovrebbe inondare di liquidità la zona euro. Entrambi gli esiti sarebbero contrari agli interessi e le preferenze della Germania, rendendo quest'approccio ingiusto così come l'austerità.
 
Quello di cui la zona euro ha bisogno è una soluzione che non forzi nessun paese o gruppo di paesi ad avere sulle spalle il peso dell'aggiustamento. E questo significa una segmentazione controllata della zona euro. Contrariamente a quello che è il pensiero dominante in Europa, questo può essere fatto in un modo che potrà rinvigorire l'ideale del progetto europeo, piuttosto che i nazionalismi parrochiali del passato. La chiave è assicurare che questo provenga dal cuore economico e politico dell'Unione Euorpa. Specificatamente, la Germania, la maggiore potenza economica dell'Europa, e la Francia, progenitrice dell'unificazione europea, dovrebbero annunciare la loro uscita simultanea dall'euro e adottare le vecchie monete del passato. 
 
Certamente dovranno prendere una serie di decisioni per proteggere e salvaguardare la stabilità del sistema bancario. Dovrebbero poi negoziare con la Bce e gli altri governi europei un piano per gestire i debiti denominati in euro. Infine, un periodo di incertezza monetaria sarebbe inevitabile, dato che le diverse economie europee dovranno procedere all'aggiustamento al nuovo quadro. Ma, concludono gli autori, sarebbe molto migliore che l'impasse politica e economica cui la zona euro è oggi intrappolata.
 

Questi temi verranno discussi nel dettaglio nella Conferenza del 12 aprile organizzata da Asimmetrie.org: "Un’Europa senza euro. Costi e benefici per famiglie e imprese nelle proposte di economisti e politici europei". a cui parteciperanno tra gli altri Alberto Bagnai, Frits Bolkestein, Claudio Borghi Aquilini, Brigitte Granville, Hans-Olaf Henkel, Stefan Kawalec, Costas Lapavitsas, Peter Oppenheimer, Antoni Soy e Jean-Pierre Vesperini.

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