Alberto Negri - Il prezzo del petrolio sotto zero è un'anomalia sovversiva

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di Alberto Negri* - Il Manifesto


Virus e crisi. Negli Usa conviene non estrarlo, in Arabia saudita si teme la perdita di attrattiva. Mosca si prepara a bruciare le riserve del fondo sovrano russo. Ma gli effetti più devastanti sono per i Paesi che vivono di petrolio: Algeria, Iraq, Libia, Venezuela, Iran.
 

Con il crollo dei consumi mondiali dovuto alla pandemia, per la prima volta nella storia lunedì il prezzo del petrolio è precipitato negli Usa sotto zero.

Un’anomalia selvaggia e sovversiva dovuta all’incrocio tra gli effetti economici globali del virus, le distorsioni del capitalismo finanziario e la politica di potenza.


Il crollo delle quotazioni nell’immediato è stato provocato dallo scontro tra i «barili di carta» – la speculazione finanziaria sull’oro nero- e quelli veri. I contratti future sul petrolio, i «barili di carta» che di solito vengono acquistati e rivenduti sui mercati finanziari, sono precipitati quando ci si è accorti che negli Usa non si sa più dove mettere, fisicamente, il petrolio vero.


Pur di disfarsene gli speculatori se ne sono liberati a qualunque prezzo, anche negativo. C’è talmente tanto petrolio che Washington sta pensando di pagare i produttori perché smettano di trivellare: un sussidio alla «non produzione». Cose mai viste.


Trump, che aveva sventolato come un successo l’accordo con Russia e Opec per il taglio di nove milioni di barili (insufficiente a sostenere le quotazioni), adesso deve fronteggiare il fallimento di molte società petrolifere americane già entrate in difficoltà nel 2016 quando era cominciato il calo del greggio. I loro titoli sono quasi spazzatura.


Ma la vera guerra è quella in atto tra due tra i maggiori produttori mondiali, Russia e Arabia saudita, che non si mettono d’accordo su tagli ancora più consistenti alla produzione e stanno spingendo fuori mercato lo shale oil americano – il petrolio di scisto ricavato dalla frantumazione delle rocce – approfittando del crollo dei consumi.


All’orizzonte non c’è soltanto la rovina delle società produttrici americane, i cui costi sono ben superiori ai ricavi da quando il petrolio è sceso sotto i 50 dollari al barile.


Grazie allo shale oil gli Stati uniti sono diventati in pochi anni da Paese importatore di greggio al maggiore produttore globale con 12 milioni di barili al giorno. Questo ha mutato gli equilibri economici e strategici.


Si è detto più volte che gli Stati uniti sono sempre meno interessati al Medio Oriente proprio perché non dipendono più dall’oro nero degli sceicchi. È soprattutto vero che in questi anni hanno disinnescato il Cartello dell’Opec e rubato quote di mercato ai produttori arabi e mediorientali oltre che alla Russia, che è anche la grande fornitrice di gas in Europa.


Gli Usa hanno fatto manovre spericolate: pur di frenare o condizionare la realizzazione del raddoppio del North Stream tra Germania e Russia sono arrivati a mettere nuove sanzioni alle società coinvolte nel progetto, a costringere Berlino a comprare gas liquefatto americano, fino ad allettare la Polonia promettendo in cambio delle forniture di gas Usa una base della Nato.


Allo stesso modo dei russi, gli arabi si sono assai infastiditi perché gli investitori americani non sembravano più così interessati al loro greggio e soprattutto disponibili ad acquistare le azioni della loro gioiello di famiglia, l’Aramco, la società petrolifera di Stato, destinata a finanziare le guerre, gli acquisti di armi e i megaprogetti del principe assassino Mohammed bin Salman.


Quanto al Medio Oriente, gli Usa non possono abbandonare Israele, il maggiore alleato nella regione, e vogliono controllare Iran e Cina, sia con le sanzioni a Teheran, sia tenendo sotto sorveglianza il Golfo e le vie del petrolio da dove Pechino si rifornisce. Le rinnovate tensioni nel Golfo tra navi da guerra Usa e Pasdaran iraniani sono la prova evidente.


Sul petrolio è in corso una prova di resistenza dai rivolti imprevedibili. Mosca pur di non cedere e tagliare fuori le società Usa dal mercato si è così preparata a bruciare le riserve del fondo sovrano russo (150 miliardi di dollari) per coprire le entrate mancate. E anche i sauditi per il momento non mollano.


Le quotazioni del greggio in caduta stanno testando le capacità di resistenza di Putin ma anche di Riad che pure ha grandi polmoni finanziari. La posta in gioco è la sopravvivenza sui mercati e soprattutto la possibilità di influenzare politicamente vaste fette di mondo.


E gli altri? Quasi con indifferenza sui giornali si ignora l’impatto del crollo del petrolio su Paesi come Venezuela o Iran, già sottoposti a durissime sanzioni americane. Forse qualcuno a Washington accarezza l’idea di arrivare al regime change senza sparare un colpo.


Gli effetti dei ribassi possono essere devastanti: i bilanci di Paesi produttori già in difficoltà- come l’Algeria in una fase di transizione assai critica, l’Iraq delle rivolte e la Libia strangolata dalla guerra civile – possono subire colpi fatali.


In questi Paesi il petrolio paga tutto o quasi: la crisi globale da pandemia potrebbe far fuori vecchi attori e resuscitarne altri, come l’Isis, che sembravano dimenticati. Un mondo che somiglierà al vecchio ma forse in peggio.


*Pubblichiamo su gentile concessione dell'Autore

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