Crisi globale, guerra incombente e risparmi collettivi divorati: il fallimento del neoliberismo
di Alessandro Volpi
La recessione sta arrivando; lo dicono moltissimi indicatori e potrebbe configurarsi come una crisi davvero globale tale da generare una guerra altrettanto globale e devstante. Da questa prospettiva non si può certo uscire con una "riforma" del neoliberalismo, che è il responsabile principale di tale crisi, costruita su una ulteriore privatizzazione e finanziarizzazione, volta a smontare i sistemi di Welfare e sostituirli con l'impero dei fondi privati. La crisi infattii è così grande che sta divorando i risparmi collettivi che sono la benzina di un simile sistema. Ma da questa crisi non si esce neppure con le politiche keynesiane.
E' evidente che, con questa montagna di debito pubblico, finanziare la spesa pubblica impone interessi non sostenibili e così grandi da diventare, in moltissimi casi, la prima voce del bilancio degli Stati, obbligati di fatto ad eliminare il Welfare. Dunque, Neoliberalismo e Keynesismo - certamente non da mettere sullo stesso piano - non sono in grado di portarci fuori dall'immiserimento del pianeta. Non è probabilmente sufficiente in questo senso l'affermazione di un mondo sub specie cinese che determinerebbe il permanere costante di una conflittualità fra le diverse aree, devastante in termini prima di tutto sociali.
Forse la via d'uscita impone davvero una profonda revisione culturale della coscienza mondiale nata dalla consapevolezza che senza una vera condivisione non ci sarà una soluzione per nessuno. Solo questa revisione, l'eliminazione deli pregiudizi aprioristici nelle relazioni tra Stati, può permettere almeno una nuova Bretton Woods, questa volta aperta all'intero pianeta, dove ridefinire in modo radicale la natura del debito pubblico, procedendo intanto ad una trasformazione in chiave perpetua di quello esistente, senza la necessità della restituzione, e alla definizione di una valuta internazionale, espressione di sistema di monete da utilizzare nei pagamenti internazionali, senza i danni prodotti per un trentennio da una dollarizzazione che ormai è finita.
Nella stessa sede, o in un'altra parallela, è necessaria la definizione di una politica fiscale internazionale e, al contempo, di quelle nazionali per combattere la proliferazione ormai fuori controllo delle disuguaglianze sociali. Inoltre dovrebbe essere chiara l'esigenza di definaziarizzare l'economia, cancellando larghissima parte di quegli strumenti creati per generare un sistema parallelo agli Stati sociale. Sono ipotesi di una nuova economia che, come accennato, non sono possibili però senza il superamento di presunte superiorità "democratiche", di istintivi riflessi coloniali, di nazionalismi aggressivi e di suicide aspirazioni egoistiche ed egemoniche.

1.gif)
